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Jean Oury PDF Stampa E-mail
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Citazione

“ Un uomo sta seduto sul bordo di un abisso, le gambe penzoloni nel vuoto e lo sguardo rivolto verso il basso; la voragine che si apre davanti a lui è nera, fredda e buia; anche sforzando la vista non si arriva a vederne il fondo; l'uomo è perso nella contemplazione di questo nulla e non si riesce a distoglierlo dalla sua fissità.”

Jean Oury
Jean Oury
 Nato in Francia a La Garenne Paris nel marzo del 1924, tutt’ora in vita

Opere

Psichiatrie et psychothérapie institutionelle Ed. Payot, Paris, 1976

Le Collectif Ed. du Scarabée, Paris, 1986

Création et schizophrénie Ed. Gallilée, Paris, 1989

L’aliénation Ed. Gallilée, Paris, 1992

Onze heure du soir à La Borde Ed. Gallilé, Paris, 1995

Vita

Jean Oury, psichiatra e direttore medico della clinica di psicoterapia istituzionale La Borde di Cour-Cheverny,  è nato nel marzo del 1924. La sua attività professionale comincia quale interno  presso l’ospedale di “Saint-Alban” nel 1947, considerato punto di riferimento del movimento di trasformazione dei manicomi, in seguito luogo di pratica della psicoterapia istituzionale.  Nel 1949 viene assunto, in qualità di unico psichiatra, presso il   piccolo reparto della clinica “Saumery”. Nel 1953, in seguito a contrasti d’idee, Jean, lasciò rapidamente il reparto psichiatrico, accompagnato dai suoi pazienti, per fondare la clinica “La-borde”. Si installarono nel caratteristico castello di La Borde che contava 60 posti letto, situato nel bel mezzo di un bosco a qualche chilometro da “Parc de Chambord. Jean Oury  chiama in aiuto i suoi compagni di “La Garenne Colombe” e recluta persone del posto senza alcuna qualifica. Viene successivamente raggiunto da un giovane studente in farmacia, Félix Guattari, che lo accompagnerà per lungo tempo nella nuova avventura. I due affrontarono momenti difficili, ma insieme continuarono a lottare per la differenza e la singolarità dei loro metodi, seguendo le orme di François Tosquelles. La Borde resistette negli anni restando differente e inclassabile. Vi passarono numerosi personaggi che con l’esperienza fatta aprirono istituzioni ad essa collegate. Jean Oury fu l’ispiratore di molti e continuò a diffondere il suo metodo, oggi, all’età di 79 anni, partecipa ai congressi di psichiatria in qualità di relatore poiché ha ancora molto da dire in questo campo e le sue teorie destano molto interesse.

Pensiero
Il pensiero di J. Oury si basa principalmente sul concetto della psicoterapia istituzionale. La sua pratica ha trasformato l’ambiente dell’ospedale psichiatrico in un luogo umano di cura (curare le persone non vuol dire semplicemente dargli dei farmaci), basato sulla libertà di circolazione, che può essere mantenuta però solo con l’impegno costante. L’interessante è proprio che in un ambiente di libera circolazione ci sia la possibilità di creare conflitti, non per far arrabbiare la gente, ma per creare la vita: solo a partire dai conflitti c’è l’occasione di parlare e di cercare di migliorare le relazioni. Il concetto di libertà di circolazione non è però così semplice come potrebbe sembrare; dal momento che può capitare spesso che le persone girino in tondo “senza concludere niente”. Bisogna perciò creare delle occupazioni. Di conseguenza si evidenzia un altro concetto di base: la polivalenza. Ogni membro del personale ha una multi appartenenza ad équipe diverse e, questa circolazione da uno spazio all’altro, da una funzione all’altra, produce una serie di effetti. C’è una formazione continua, con la possibilità di trovare un percorso individuale.. Poi, c’è un effetto di rottura delle barriere con la creazione di aperture da un ambiente all’altro.

Con il termine di eterogeneità dei membri del personale si può indicare un altro conto delle possibilità di investimento e di competenze di ognuno. Più c’è eterogeneità, più c’è possibilità di inventiva e di creatività. I concetti di polivalenza e di eterogeneità non sono però significativi se non vi si aggiunge il corollario della gerarchia delle competenze, basato a sua volta sulle possibilità di iniziativa di ognuno. Lavorando per competenze inoltre, ognuno si sentirà responsabilizzato e si prenderà la responsabilità di ciò che ha scelto e che lui stesso si sente di fare. La psicoterapia istituzionale è un costante lavoro di ricentramento soggettivo, cioè un tentativo di mettere il soggetto al centro della sua vita e di certo, se uno non si sente responsabile delle sue azioni, non si sentirà soggettivamente preso nell’esperienza. La psicoterapia istituzionale è la responsabilità. Ognuno è responsabile di se stesso, secondo le sue specifiche competenze e tutti insieme lavorano per combattere il pregiudizio di irresponsabilità dei malati. Il rischio che però si crea nel voler applicare il postulato della responsabilità scatta nel principio di base. Non si tratta di stabilire il profilo standard, ma piuttosto di tener momento in cui l’operatore e paziente si trovano uno di fronte all’altro senza mediazione alcuna. È necessario a questo punto chiamare allora in causa un altro assunto di base della psicoterapia istituzionale, il Club.

Il Club è come un’istanza di mediazione tra il paziente e l’istituzione, il terzo mediatore tra curante e curato. Il Club è un organismo associativo dotato di autonomia decisionale che organizza e gestisce una serie di attività all’interno dell’istituzione. Vi fanno parte di diritto tutti i soggetti della clinica, pazienti ed operatori e tutti possono essere eletti alle cariche che ne garantiscono il funzionamento. Costruire un club terapeutico significa che ognuno vi partecipi con il proprio interesse e che ognuno prenda la sua responsabilità nei confronti dell’associazione. Inoltre è anche uno strumento privilegiato nella lotta al pregiudizio di irresponsabilità dei malati. Un altro concetto di base è la singolarità: il lavoro dell’istituzione consiste proprio nel modificarsi, nel rimodellarsi in ogni momento per accogliere il paziente nella sua singolarità e proporre un progetto terapeutico che arrivi ad adattarsi a lui.

Con questo non bisogna intendere che la psicoterapia istituzionale trascuri o non consideri la dimensione collettiva, anzi il contrario.  L’incontro tra Jean Oury, François Tosquelles e alcuni insegnanti che facevano riferimento al movimento Freinet (Aïda Vasquez, Fernand Oury) origina la costituzione di un gruppo nel cui documento di presentazione del 1962 si delinea chiaramente l’impostazione di fondo del metodo pedagogico.

“Nel campo pedagogico ci sembra essenziale l’utilizzazione delle strutture del gruppo istituito e del collettivo. Questa utilizzazione suppone relazioni interindividuali e un intrecciarsi di scambi materiali, affettivi e verbali; richiede la presa di coscienza dei ruoli, delle leggi inconsce che fondano le relazioni, l’utilizzazione possibile dei conflitti, l’attivazione di ideali comuni e del rispetto della particolarità di ognuno. Presuppone lo studio sistematico della personalità del bambino - rilevando l’importanza della sua dimensione storica e del suo radicamento nell’ambiente sociale - nello stabilire relazioni di collaborazione educativa con i genitori. Sono assolutamente necessarie la presa in carico su di un arco di tempo più ampio dell’anno scolastico e di conseguenza la ricerca di una articolazione della classe con l’insieme del gruppo scolastico. Ugualmente è necessario lo studio della posizione del maestro nel gruppo classe, la distinzione tra quello che egli rappresenta simbolicamente e quello che rappresenta sul piano immaginario di fronte al bambino.  Le tecniche usate nella classe - tecniche di espressione libera motivata dal giornale di classe, corrispondenza interclasse, cooperazione sul piano dell’amministrazione della classe, tecniche di studio dell’ambiente, ecc. - devono essere numerose, non limitate e molto diverse. Sono il supporto delle relazioni e permettono l’affiorare di affinità inespresse, la mediazione in certe relazioni, un reticolato materiale istituzionale. Sullo sfondo di tecniche molto diverse alcune tecniche privilegiate sono particolarmente adatte ad agire direttamente sull’ordinazione del gruppo. Queste tecniche devono condurre all’edificazione di un ambiente educativo tollerante:

dove le facoltà di ognuno su di un arco di possibilità assai vasto possono svilupparsi ed essere utilizzate dal gruppo in una complementarietà positiva dove ci si aiuta reciprocamente;  dove tutte le forme di espressione e di curiosità sono accettate dal gruppo e all’interno del gruppo;  dove un ordine preciso nasce dalla volontà di tutti di lavorare e progredire in comune e stabilire una razionale divisione di compiti e di decisioni;  dove la competizione non esiste tra i bambini, e le facoltà intellettuali e verbali non sono le sole coltivate e non sono il solo criterio di riuscita;  dove ogni apporto esterno alla classe è considerato un elemento di cultura e di educazione”.  

Influenze

Jean Oury tratta la psicosi ispirandosi al pensiero Freudiano dell’alienazione individuale, e all’analisi Marxista del campo sociale. Inoltre egli è stato discepolo di François Tosquelles ed ha utilizzato, adattandoli, i metodi pedagogici di Freinet.

Siti internet:

http://www.fnet.fr.html

Glossario

Psicoterapia istituzionale:

  • -libertà di circolazione
  • -polivalenza
  • -eterogeneità dei membri
  • -responsabilità
  • -Club terapeutico
  • -singolarità

Istituzionale -> sostantivo plurale che indica il legame con le istituzioni nel senso più ampiamente culturale e non nel senso giuridico.

“Istituzionale”, è tale quando all’interno del processo educativo - istruzionale, l’alunno ha a propria disposizione, per l’apprendimento formale e per il raggiungimento della propria identità, molteplici mediatori condivisi (istituzioni).

Patoplastica

possibilità di modificare la sintomatologia attraverso un lavoro sull’ambiente.

 
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