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Per un'animazione dei processi creativi e vitali PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mustacchi   
Una ragazza, una bambina, oggi mi ha detto che
secondo lei nessuno può mai sapere niente degli altri.
Sapere. Ma cosa significa sapere...
L’acqua bolle, Vieni, beviamone ancora una tazza.
Sapere è uscire dalla tua stessa pelle. Almeno provarci. Qualche volta.
Amoz Oz, Non dire notte

Per un’animazione dei processi creativi e vitali [1]

Claudio Mustacchi
 
Nel suo romanzo “Non dire notte” il grande scrittore israeliano Amoz Oz esplora il sentimento umano del compromesso[2]. La narrazione ci conduce nella relazione amorosa fra due personaggi, Theo e Noa, e nei loro tentativi di trovare un equilibrio sentimentale e esistenziale rispettoso della diversità dell’altro. Un equilibrio fragile, sempre in bilico tra l’agire e il non agire. Noa è un’insegnante appassionata, che si lascia coinvolgere nel progetto di fondare una comunità di recupero per tossicodipendenti, in una tranquilla cittadina di provincia intimorita dall’idea. La passione di Noa difetta però di capacità pragmatiche. Theo, urbanista di successo, interviene in aiuto del gruppo animato dalla sua compagna, ma finirà con il soffocare l’entusiasmo di Noa e pure il proprio, dato che senza di lei il progetto non ha per lui alcun significato; entrambi finiranno con lo scoprire il profondo affetto che li lega.

Il cuore della storia è l’amore fra due vite, diverse per età, esigenze, sentimenti, ma il racconto ci presenta anche i profili dei vecchi e nuovi abitanti del posto - con le loro personalità, aspirazioni, felicità, tragedie - dipinti nei dialoghi, nelle estenuanti riunioni, nei ricordi, in cui Noa e Theo sono coinvolti: sullo sfondo di una piccola città, sul limite del deserto.

La scrittura del romanzo, evocativa e avvolgente, usa spesso la forma del dialogo solitario: quel parlare fra sé e sé prodotto dal continuo mormorio della mente. In queste conversazioni endofasiche l’altro è interlocutore immaginato, inglobato, fantasticato; ma è nel dialogo reale, concreto e faticoso, conflittuale ma vero, che l’altro si manifesta come tale. Indugiamo spesso nel dialogo immaginario, sostituendolo o preferendolo a quello reale.

Oz evoca sentimenti quotidiani, comuni, intimi, in un susseguirsi di conversazioni e pensieri interiori ambientati in camere da letto, di fronte ai piatti da lavare della cucina,  in soggiorni trasformati in sale da riunione, in giardino con la tazza del tè fra le mani, al balcone carezzati dal fresco della notte… ci parla del senso umano del compromesso. Un compromesso che non umilia l’interlocutore – anzi, si fa arricchimento reciproco -, che trova origine nell’”epifania dell’Altro”, in quegli attimi – di dialogo reale - in cui l’altro manifesta la sua abissale distanza e diversità da me, ma in cui colgo, nello stesso tempo, il legame esistenziale e profondo che ci lega. Il compromesso si rivela nella sua forza vitale, “sensuale”, al suo opposto non sta la purezza o l’idealismo, ma, dice Oz, la solitudine, la morte, il fanatismo.

L’indagine del romanzo si muove nell’animo umano, nelle trame sottili e fragili che legano una coppia, un gruppo, una città, ma ci parla di un tema che riguarda anche i popoli, la civiltà, la politica.

Molte animatrici e molti animatori socioculturali si possono senza dubbio riconoscere in Noa, nei suoi entusiasmi come nei suoi smarrimenti. Le gustose descrizioni delle discussioni del suo gruppo forniscono un bel materiale di studio sulle dinamiche e i sentimenti che si muovono in un collettivo umano consacrato a un progetto sociale.

Ma non è questo il motivo per cui introduco questa riflessione sull’animazione con il romanzo “Non dire notte”. Amoz Oz, grazie alla sua profonda sensibilità di intellettuale esposto a un conflitto tragico, dà voce e visibilità a un tema d’attualità delle nostre società, un tema che riguarda tutti e a maggior ragione chi lavora e opera nelle istituzioni sociali e educative.

Se pensiamo alla società degli anni ’70, alla sua cultura – cultura in cui l’animazione è nata –, alle sue radicalità, non possiamo non ricordare che la parola “compromesso” evocava più facilmente sentimenti di abdicazione, rassegnazione, parziale sconfitta, piuttosto che gli attributi di sensualità e vitalità proposti da Oz.

L’animazione ha preso le mosse da pratiche e teorie che oggi – non lo nascondiamo – quando non irrimediabilmente in crisi richiedono almeno un ripensamento. Basti pensare alle teorie sul tempo libero, dove veniva profilata una società dell’ozio bisognosa di animatori. Ai giorni nostri il lavoro subisce cambiamenti e fragilità, il tempo non lavorativo è “occupato” dall’aggiornamento delle competenze professionali, dalla ricerca del lavoro fra un precariato e l’altro, se avanza è da dedicare alla cura di sé e degli affetti, per lenire pressioni e stress.

Potremmo continuare con le teorie sulla “libera espressione”, sul riscatto del corpo, sull’autonomia personale. Nelle nostre società l’emancipazione perseguita dai pensieri e dalle pratiche degli anni ’70, sembra raggiunta, ma non ha preso le forme della “coscientizzazione” teorizzate da Freire, bensì quelle “dell’individualizzazione”, dove, come nota Bauman, una libertà individuale senza precedenti è corredata da un’impotenza senza precedenti[3]. La libertà sembra oggi diventata un fatto privato che tende a opporre l’individuo al cittadino, quando per cittadino si intende colui che è incline a ricercare il proprio benessere attraverso il benessere della città.

Credo che sia giusto evidenziare come la questione sia di portata molto ampia. Non riguarda solo la crisi delle ideologie della contestazione, sarebbe ben poca cosa. Il concetto di emancipazione, riattualizzato in maniera multiforme negli anni della contestazione, ha radici ben più lontane; trova espressione compiuta in quella formulazione kantiana dell’Illuminismo, definito come “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità é l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”[4]. E’ questa formula - fondamento delle società democratiche - più che mai in crisi ai giorni nostri. Una formula che può produrre un uomo e una donna liberi, ma, al tempo stesso, soli, schiacciati dal peso della propria individualità; come ci hanno raccontato le filosofie esistenzialiste, quando all’indagine sull’esser-ci, hanno sentito il bisogno di accompagnare l’esplorazione del prendersi cura, dell’essere-con e per-altri, come qualità fondamentali dell’esistenza e della  pienezza umana.

Non è un caso che all’individualismo esasperato e impotente si accompagni una nascente e attuale “voglia di comunità”, per riprendere la bella espressione di Bauman. Un desiderio di appartenenza, di legame, che fa da controcanto alla percezione individuale d’impotenza. Un desiderio con cui l’animazione socioculturale si trova spesso confrontata; che va riconosciuto, indagato e problematizzato: le comunità “- più postulate che <<immaginate>> – potrebbero non essere altro che effimeri prodotti della commedia dell’individualità attualmente in scena anziché le forze capaci di determinare le identità”[5].

Se Kant, sul finir del Settecento, ci ammoniva che: “La pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini, […] rimangono volentieri minorenni per l' intera vita; e per cui riesce tanto facile agli altri erigersi a loro tutori. E' tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me,un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero da me” [6], Bauman, all’alba del Duemila ci fa notare che gli individui “qualora si ammalino, si dà per scontato che ciò sia accaduto perché non son stati sufficientemente accurati e precisi nel seguire il loro regime sanitario; se restano disoccupati è perché non hanno mai imparato come ottenere un colloqui di lavoro, o perché non si sono industriati abbastanza a trovare un impiego o perché sono dei puri e semplici scansafatiche[7]”.

Sull’individuo ricadono continue responsabilità, i suoi problemi tendono oggi a essere trattati come problemi privati, il successo, come la sconfitta sono fatti che riguardano il singolo, in un processo esasperato di “individualizzazione” a cui ognuno è chiamato, che sta creando un divario fra la Politica e la società. 

Si può supporre che il divario in questione si sia creato proprio a causa dello svuotamento dello spazio pubblico, e in particolare dell’”agorà”, quel luogo intermedio, [pubblico/privato] dove la politica della vita incontra la Politica con la P maiuscola, in cui i problemi privati vengono tradotti nella lingua dei temi pubblici[8].

Le operatrici e gli operatori sociali, le animatrici e gli animatori socioculturali, si muovono in quest’agorà, ne costituiscono un frammento fondamentale.

Se, frequentemente - forse inevitabilmente -, gli amministratori pubblici e i politici  praticano qualcosa di simile al “dialogo solitario”, interagiscono solo virtualmente con i cittadini, né “immaginano” umori, bisogni, aspettative… alle operatrici e agli operatori tocca, obbligatoriamente, agire nel “dialogo reale”, nelle sue fatiche, nelle sue contraddizioni; diventano così un punto di contatto prezioso e imprescindibile fra Politica con la P maiuscola e politica della vita (con cui s’intendono le strategie che ciascuno mette in atto per affrontare l’esistenza).

Ci sono molti luoghi in cui agisce l’animazione (e ci auguriamo una crescita e una diffusione della professione, ma ciò avverrà solo se sarà in grado di riconoscere le proprie specificità senza creare steccati e riattualizzare i propri pensieri e le proprie pratiche in sintonia con le nuove domande sociali), è singolare, però, che i pubblici del lavoro sociale in cui si evocano più spesso le competenze dell’animazione sono contesti in cui la capacità kantiana di “servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro” crea paradossi; intendo la psichiatria, gli anziani, i giovani.

Nella sofferenza mentale, dove il soggetto autocosciente subisce gli affronti non solo della malattia ma anche della rimozione che la società ha della propria follia; nella vecchiaia, dove  il tempo che avanza mette a rischio l’autonomia; nell’adolescenza, dove il desiderio d’indipendenza e riconoscimento provoca turbamenti e inquietudini negli stessi giovani come nei loro interlocutori adulti.

La formula kantiana dell’emancipazione, crea paradossi, ma ne crea anche quella dell’individualizzazione. Ben lo sanno quelle animatrici e quegli animatori che non trattano i sofferenti mentali, gli anziani, i giovani - e ogni altro interlocutore del loro lavoro - come “minorati” ma come “soggetti” irriducibilmente portatori di pensiero, desiderio, capacità di scelta, espressione, creatività. Una soggettività che si esprime e manifesta nei legami e non nell’isolamento, e come tale mal si concilia con una società dove la possibilità di “rifiutarsi di partecipare al gioco dell’individualizzazione non è assolutamente prevista” [9].

Queste animatrici e questi animatori conoscono quel sentimento particolare del compromesso “vitale e sensuale” evocato da Oz, che nasce dall’”epifania dell’Altro”. Un sentimento fra “l’agire e il non agire”, un atto paradossale, creativo, che in luogo di subire i legami o di cercare di sottomettere l’altro, si sforza di generare arricchimento reciproco, relazioni significative.

E’ un atto di creatività esistenziale, che trova origine nella vita, certo può dar linfa all’arte e alla cultura (strumenti attraverso cui gli esseri umani rafforzano i loro legami sociali e su questi riflettono), ma appartiene nella sua essenza a quel meccanismo evolutivo che consente al bambino di crescere, attraverso pulsioni e frustrazioni, desideri e lutti, senza essere preda della melanconia. L’arte, la cultura, la poesia  e tutti i colti linguaggi d’espressione umana non sono che i prodotti raffinati - frutto dell’evoluzione individuale e collettiva - di un processo di interazione io-altro, io-mondo, che pone il pensiero e il corpo all’ascolto attivo delle percezioni, delle emozioni e dei sentimenti, propri e altrui.

La melanconia è “caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell'interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall'inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé” [10]. I melanconici spesso rancorosi e ingiuriosi verso se stessi e verso gli altri, si comportano “come se fossero offesi e come se fosse stata loro arrecata una grave ingiustizia”[11]; singolarmente possono alternare uno stato opposto di “mania”, caratterizzato da esaltazione, disinibizione, eccessiva sicurezza di sé, dove l’individuo “si getta come un affamato alla ricerca di nuovi investimenti oggettuali[12]”, una ricerca estenuate, senza sosta, né vera soddisfazione.

Tale quadro clinico della depressione sembra affliggere la società nel suo insieme, dove accanto alla diffusione di astio e rancore, senso di insicurezza e smarrimento, si alterna, in una sorta di sindrome bipolare collettiva, una fame nevrotica di godimento e novità: “Essere moderni venne a significare, così come significa oggi, essere incapaci di fermarsi e ancor meno di stare fermi. […] La realizzazione è sempre qualcosa di là da venire, e i successi perdono attrattiva e capacità di soddisfare nell’attimo stesso in cui vengono colti, se non prima.” [13].

La melanconia può essere causata dalla perdita di un oggetto amato: un essere umano, ma anche un ideale, una patria, una stagione della vita, un bene, un progetto. La vita continuamente ci offre occasioni di melanconia, solo un atto creativo - un “compromesso con cui viene realizzato poco per volta il comando della realtà[14]”. - ci consente, fin dall’infanzia, di elaborare i vari lutti e creare relazioni umane autenticamente gioiose, prive di rancorose nostalgie e astio verso l’oggetto perduto o verso noi stessi.

Relazioni umane, si badi bene, che non sono da affrontare con  buonismi sempliciotti – che contraddistinguono certamente alcuni operatori sociali, ma non solo -. Non c’é bisogno di leggere Lacan, per essere consapevoli del fatto che la relazione con l’altro è caratterizzata strutturalmente e profondamente dall’aggressività, che accompagna financo l’opera “del filantropo, dell’idealista, del pedagogo o del riformatore” [15]. Ma è proprio questa consapevolezza che ci spinge a cercare mediazioni simboliche, compromessi vitali che attraverso il riconoscimento della tensione soggiacente al divenire delle relazioni umane, come dell’incolmabile distanza e diversità dell’altro, ci consentono di inventare e costruire forme appaganti di convivenza.

Soluzioni che danno piena voce alla storia propria e dell’altro, che offrono linguaggi di espressione e differenziazione, luoghi di narrazione e conversazione, ma anche di silenzio, spazi di comunicazione e ascolto delle proprie e altrui emozioni, di riconoscimento delle reciproche originalità, possibilità di incontro, partecipazione, creazione. Contesti umani che si nutrono della speranza che le nascenti “voglie di comunità” creino nel futuro “comunità non malinconiche”, dove convivere significhi anche contribuire alla reciproca serenità e emancipazione.

La persona libera non è colei che non ha legami – come ci ricordano recentemente Benasayag e Schmidt riprendendo Aristotele -: chi non ha legami è lo schiavo “che si può utilizzare dappertutto e in diversi modi[16]”, a cui viene tolto il diritto di avere relazioni: affettive, culturali, territoriali. Libero è chi sa coltivare molti legami – sia vecchi che nuovi - con passione, pienezza, creatività.

 



[1] Il testo é pubblicato su Animazione Sociale, ottobre 2007. Per informazioni e commenti: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

[2] Amos Oz, [1994], 2007, Non dire notte, Feltrinelli, Milano.

[3] Zygmunt Bauman, [2000], 2002, Modernità Liquida, Bari, Laterza, p. 13.

[4] Immanuel Kant, [1784], 1975, “Risposta alla domanda: Cos’è l’illuminismo?”, in, Scritti di Filosofia della politica, La Nuova Italia, Firenze, p. 25.

[5] Zygmunt Bauman, [2000], 2002, Modernità Liquida, Bari, Laterza, p. 11

[6] Immanuel Kant, [1784], 1975, “Risposta alla domanda: Cos’è l’illuminismo?”, in, Scritti di Filosofia della politica, La Nuova Italia, Firenze, p. 25.

[7] Zygmunt Bauman, [2000], 2002, Modernità Liquida, Bari, Laterza, p. 26.

[8] Op. cit. p. 32

[9] Op. cit. p. 26.

[10] Sigmund Freud, [1915], 1996, “Lutto e Melanconia”, in, Opere. Introduzione alla psicanalisi e altri scritti, Volume 8, Boringhieri edizioni, Torino, p.103

[11] Op. cit. p. 108.

[12] Op. cit. p. 114.

[13] Zygmunt Bauman, [2000], 2002, Modernità Liquida, Bari, Laterza, p 19.

[14] Sigmund Freud, [1915], 1996, “Lutto e Melanconia”, in, Opere. Introduzione alla psicana-lisi e altri scritti, Volume 8, Boringhieri edizioni, Torino, p. 105.

[15] Jacques Lacan, [1966], 1974, “Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in, Scritti I, Einaudi, Torino, p. 94.

[16] Cfr. Miguel Benasayag e Gérard Schmidt, 2004, [2003], L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, p. 101.

 
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