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Poveri abitanti del limbo di U. Galimberti PDF Stampa E-mail
Scritto da Umberto Galimberti   

Poveri abitanti del limbo

 di UMBERTO GALIMBERTI

I miei dubbi sulla religione incominciarono molto presto, quando da piccolo, nelle lezioni di catechismo, sentii parlare del limbo, un luogo per i bambini morti prima di ricevere il battesimo. Costoro non andavano all'inferno perché non avevano avuto la possibilità di peccare, e neppure in paradiso perché non erano stati rigenerati dal battesimo che toglie quel peccato che Adamo ed Eva avevano commesso per tutta l'umanità, una colpa impersonale che vieta la visione beatifica di Dio. Per i bambini, colpevoli d'esser nati solo per morire, non era previsto neanche il purgatorio dove la pena del peccato si riduce se le preghiere dei vivi sono sufficientemente numerose e fervide. Per loro c'è il limbo, un luogo che alla mia immaginazione non riusciva mai a essere troppo preciso, e che comunque aveva il pregio di evitare a chi vi accedeva le atrocità dell'inferno e la monotonia del paradiso.

Una decina d'anni dopo, leggendo il IV canto della Divina commedia, appresi che, oltre ai bambini morti senza battesimo, abitano il limbo il nostro progenitore Adamo, i patriarchi, i profeti e i re dell'Antico Testamento, quindi Noè, Mosè, Abramo, Davide, Giacobbe, Isacco, che però furono liberati e portati in cielo da Cristo che fece la sua comparsa nel limbo "con segno di vittoria incoronato". Vi rimasero invece, non redenti, i poeti greci e latini, quindi Omero, Ovidio, Orazio, Lucano, i filosofi: Socrate, Platone, Aristotele, Democrito, e gli eroi: Ettore, Enea, Cesare, Camilla, Elettra. Non mi sembrava una cattiva compagnia, anzi forse il limbo era preferibile al paradiso, dove altro non restava che volteggiare con gli angeli nella luce accecante di Dio. Ma un giorno la teologia cattolica smise di parlare del limbo, anzi lo abolì. Lo seppi da un libraio cattolico agli inizi degli anni Ottanta quando mi recai da lui per comprare un Dizionario di teologia biblica e un Dizionario teologico interdisciplinare, dove alla parola "Libertà" seguiva la parola "Liturgia", e del "Limbo" neppure il nome. Col tono di un impiegato di banca che a un acquirente inesperto dice che ormai è da molto tempo che un certo valore borsistico non è più quotato, mi annunciò che il limbo era una "nozione non più in uso", perché la teologia si era "ammodernata al passo con i tempi". Oggi, un autore che ammiro molto, J.B. Pontalis, che insieme a J. Laplanche ha compilato quella bellissima Enciclopedia della psicoanalisi che l'editore Laterza ha tradotto in italiano, ha scritto un libro dal titolo Il limbo (Raffaello Cortina, pagg. 140, lire 20.000) da lui definito: "Un piccolo inferno più dolce" dove, nella geografia del soprannaturale, a cui si dedicavano i medioevali che ancora non disponevano di mappe esatte per la geografia di questa terra, si descrive un mondo intermedio, uno stato d'animo, una condizione psichica. 

Si tratta di quella condizione che caratterizza le idee allo stato nascente e che, al pari dei bambini che muoiono appena nati, rifiutano di essere elaborate, oppure dei sogni che fanno le veci della realtà, oppure di quelle vite che non hanno un'identità ben definita, tipiche di coloro che non sono ciò che sono o che credono di essere. Le donne più degli uomini, incerte, meglio, inafferrabili, che sono sempre in attesa di non si sa bene che cosa.

Il limbo è allora la condizione di coloro che restano nell'imperfetto, nell'incompiuto, nell' inquietudine: esseri indefiniti, non misurati dal tempo e neppure dall'eternità. Cioè la condizione di noi tutti, che dopo aver vissuto una vita, non riusciamo davvero a identificarci con essa, ne percepiamo tutta la sua casualità, e andiamo con la memoria a ripercorrere per un attimo tutte le vite non vissute, morte sul nascere come i bambini del limbo.

C'è mancato poco che non diventassi un operaio, e poi un attore, e poi un medico di paese. E ancora meno c'è mancato che non raggiungessi Claretta negli Stati Uniti, la sposassi e avessi dei bambini biondi e ridanciani come lei. Vite morte sul nascere, vite da limbo. Ora che il limbo è stato abolito, non c'è più posto per queste vite che hanno visto la luce ma non sono state vissute, vite che ignorano sia il passato sia il futuro, vite senza storia, semplici ondulazioni di sabbia che il vento ha spianato senza però cancellare dalla nostra memoria. A queste vite, per le quali non c'è più posto nella geografia dell'aldilà, occorre accordargliene almeno uno nella nostra geografia interiore.

Se la teologia, invece di accanirsi a sottomettere alla ragione ciò che è fuori dallo suo ambito, aprisse, come è nel suo atto di nascita e per lungo tempo nella sua storia, le porte dell'immaginario, la teologia potrebbe apparirci meno folle a noi miscredenti, e al tempo stesso potrebbe liberare noi miscredenti da quella follia che sta nella certezza di essere svincolati da ogni credenza. In fondo i dibattiti sul marxismo e sul sogno di un mondo migliore a cui ieri ero interessato, così come i dibattiti sulla psicoanalisi e sulla conoscenza profonda di sé a cui ancora sono interessato, agitano, tutto sommato, problemi di natura teologica, e non occorrerà molto tempo perché il loro senso ci sfugga, e le relative questioni ci appaiono irrisorie. Ogni epoca è prigioniera delle proprie credenze, e oggi non avere altro Dio che la scienza è una di queste, la più accecante.

Abbiamo sempre bisogno di una Favola che dia un senso, una forma, una profondità al nostro esser qui sulla terra, al nostro errare, una Favola che ci renda meno impotenti di fronte all'instancabile ferocia degli uomini. La teologia era una di queste favole, poi si è arresa alla ragione, ha voluto tutto dimostrare e, per andare d'accordo con il sapere, ha chiuso le porte alle stanze dell'immaginario, dove tra le altre cose non troppo ragionevoli era custodito il limbo, un luogo mancante di tutti i sensi, dove un bambino senza nome, metafora di ciascuno di noi, perso tra i suoi fragili compagni, soli, privati come lui di tutto, conserva almeno il potere di sognare. Un rifugio precario, ma senz'altro un rifugio contro il troppo ordine o il troppo caos. In fondo, diceva Chateaubriand: "C'è così poca realtà nell'uomo, che il cuore si stringe quando si separa dai sogni".

Ma c'è un altro tratto che fa dei condannati al limbo una metafora dell'uomo. Questo tratto è la privazione. Dice Agostino di Tagaste, infatti, che mentre i santi in paradiso godono della visione beatifica di Dio, quindi un piacere senza fine che vive l' agonia del desiderio nel suo appagamento, nel limbo i bambini sopportano solo una pena privativa: sono cioè privati, e lo sono per sempre, della visione di Dio. Non vedono Dio, e Dio li ha persi di vista.

La loro condizione è quella dell'attesa senza speranza. Un concetto difficilmente giustificabile. E forse per questo la teologia ha provveduto a tacere sul limbo, a non parlarne più. Ma anche senza limbo questa condizione non sparisce, anzi è il tratto caratteristico della nostra vita che si svolge come un' eterna attesa di non si sa che cosa che non ha né nome né volto. Che dire? Che anche la nostra vita è qualcosa di difficilmente giustificabile?  Abbiamo abbandonato il limbo, che Dante descriveva come quel luogo dove "senza speme si vive in desio", e con il limbo abbiamo abbandonato la realtà del desiderio, nonché quella del possibile, anzi dell'infinità dei possibili che non si sono realizzati, e che pure tornano alla memoria se appena questa non si incarica di essere il sepolcro dell'oblio. E ora, senza più un altro mondo in cui proiettare quella che è poi la nostra condizione, scivoliamo sulla china del tempo senza appigli a cui aggrapparci.  In questa rapida discesa, capita di non far più differenza tra il presente e il passato, divenute parole che non hanno più senso. Il tempo non è perduto, né ritrovato, né dissolto, perché siamo noi che ci dissolviamo in lui, perdendoci con lui. Ed è a questo punto che tutta la vita appare come una vita anteriore, fatta soltanto di vite possibili e mai realizzate.  Che ne è allora dell'essere, del nascere e del morire? Non è che siamo circondati da esseri che hanno dimenticato di nascere e per giunta rifiutano di morire? Come fanno gli altri a dire "io", a essere convinti di avere un'identità, e magari anche una vita passata e presente che è la loro? Come fanno a pretendere addirittura di raccontarla come se fosse solida e ferma come la terra, quando invece è friabile, incerta, indefinita come quella che da piccolo immaginavo si vivesse nel limbo, dove i rumori del mondo arrivano smorzati, come smorzata arriva la luce del paradiso e, grazie a Dio, anche le grida delle pene dell'inferno. Ci hanno tolto il limbo. Era l'immagine teologica della nostra vita.  Piccola curiosità. Appena uscito il suo libro in italiano J.B. Pontalis telefona a Raffaello Cortina che l'aveva pubblicato per dirgli che il suo nome è Jean-Bertrand e non Jean-Baptiste come invece è scritto sul frontespizio dell'edizione italiana del suo libro. Raffaello Cortina consulta allora il Dizionario degli psicologi edito da Bompiani e trova scritto Jean- Baptiste Pontalis, lo stesso sull' Enciclopedia dalla psicoanalisi di Laterza, lo stesso su Internet. E allora? Allora, come gli abitanti del limbo, anche Pontalis è vissuto senza il suo nome. Tutti lo conoscono come Jean- Baptiste, ma con questo nome lui non è mai nato. Forse anche per questo il suo libro sul limbo gli è riuscito così bene. Sembra scritto da uno che conosce bene il posto, perché da sempre ci ha abitato

 Umberto Galimberti, Poveri abitanti del limbo, la Repubblica, 4-7-2000, Cultura, Pag. 46-47

 

 
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