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domenica 17 dicembre 2017

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Gesti e comunicazione non verbale PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio P.   

Introduzione

Image L'individuo possiede una competenza fondamentale presente nel suo stesso esistere: la capacità di comunicare. Per uno sviluppo delle relazioni umane la comunicazione è indispensabile e determinante: è, infatti, il veicolo principale delle idee dei sentimenti. Secondo la definizione classica la comunicazione è lo scambio di un messaggio/informazione tra un emittente e un ricevente, il cui esito è influenzato dall'utilizzo di un codice, di un canale e di mezzi adeguati di trasmissione. C'è una proprietà del comportamento che difficilmente potrebbe essere più fondamentale e proprio perché è troppo ovvia spesso viene trascurata: il comportamento non ha un suo opposto. Non esiste un qualcosa che sia un non-comportamento, non è possibile quindi non avere un comportamento. Ora, se si accetta che l'intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. I gesti, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri a loro volta non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.

Ogni comportamento è comunicazione. (Watzlawick La Pragmatica della comunicazione umana)

L'individuo per comunicare utilizza due diverse forme di linguaggio: quello verbale e quello non verbale.

Questo breve lavoro vuole affrontare il secondo aspetto: il gesto e la comunicazione non verbale.

Avere dimestichezza con i messaggi del corpo è fondamentalmente utile a chiunque, dal momento che si tratta di una forma che ci consente di migliorare il nostro rapporto con gli altri e la conoscenza di noi stessi.

 

Nota: ho voluto per ogni voce dare la definizione linguistica avvalendomi di un dizionario (UTET, GDU) ricercando, dove possibile, un legame con la radice etimologica.
 FO = Fondamentale (vocabolo fondamentale)
TS = Tecnico Specialistici
OB = Obsoleto
BU = Basso Uso
LE = Letterario (uso letterario)
CO = Comune
AD = Alta Disponibilità
 

Il linguaggio non verbale

Modulazione e caratteristiche della voce

voce /'vot?e/ (voƒce) s.f. ' [av. 1294; lat. vîoce(m)] suono emesso dagli esseri umani o da altri animali per produrre segnali, cantare, parlare, sfruttando il passaggio dell'aria attraverso la gola e la bocca o strutture analoghe nei volatili | + fon., fonazione, produzione di suoni armonici modulabili (le vocali e, in genere, i vocoidi) e rumori (le consonanti e, in genere, i contoidi) ottenuta sfruttando raramente la corrente inspiratoria, cioªe dall'esterno ai polmoni (foni ingressivi, presenti spec. nelle interiezioni), talvolta il rumore dovuto alla brusca avulsione di un organo mobile (lingua, labbro inferiore) da un organo immobile (guancia, palato, labbro superiore), e spesso la corrente espiratoria che fuoriesce dai polmoni e, attraverso la glottide, passa nelle cavitªa oronasali dove viene variamente modellata per dar luogo alle diverse vocali e consonanti, essendo accompagnata da vibrazioni della glottide (vocali e consonanti sonore) o non accompagnata (consonanti sorde).

Pur non soffermandomi su questo specifico argomento, che può sembrare non sintonico con il titolo del lavoro, credo sia importante precisare che nella sua complessità la comunicazione fonatoria, intendendo con ciò l’ambito della produzione dei suoni (quindi non necessariamente verbalizzazioni) debba rivestire una particolare attenzione. Mediante variazioni di altezza, accento e durata, è possibile emettere le stesse parole in modi completamente diversi. I linguisti distinguono tra suoni prosodici, che incidono sul significato delle emissioni, e suoni « paralinguistici », che forniscono informazioni di altro tipo. I segnali prosodici interessano l'altezza, l'accento e le giunture (pause e durata), che incidono sul significato delle frasi; essi sono considerati parte integrante dell'emissione verbale. Tra i segnali paralinguistici rientrano il tono della voce come espressione di emozioni, l'accento come espressione dell'appartenenza a un gruppo, la qualità della voce come espressione di caratteristiche personali, gli errori, ecc. Questi segnali non-verbali non sono strettamente connessi col linguaggio, non sono dotati di struttura complessa, e sono analoghi alle altre espressioni di atteggiamenti ed emozioni. In una registrazione audio è possibile riconoscere lo stato d'animo di un parlante che legga un brano neutro. Così, le persone in ansia parlano svelto e affannosamente, cioè con alta distribuzione di frequenza e con molti errori. Una persona che occupi una posizione dominante o che sia adirata parla a voce alta, lentamente e con una minore distribuzione di frequenza.  Ci sono stili di parlato che consistono in altre combinazioni delle stesse variabili (il parlato di adolescenti, di hostess spumeggianti, di politici seduttivi, ecc.).

Sguardo

sguardo /'zgwardo/ (sguarƒdo) s.m. ' [1 a metªa XIII sec.; der. di sguardare] 1 il volgere gli occhi verso qcs. o qcn., spec. esprimendo uno stato d'animo, un sentimento: rivolgere, indirizzare, tendere lo s., evitare lo s., non ci degnªo nemmeno di uno s., uno s. pieno di odio, di risentimento | rapida occhiata: gettªo uno s. fuori prima di uscire; esame sommario di un testo, rapida lettura: dai uno s. al mio articolo 2 espressione del volto che rivela un sentimento, uno stato d'animo; modo di guardare: uno s. dolce, tenero, sprezzante 3 capacitªa visiva: fin dove arriva lo s. | estens., la vista, gli occhi stessi: alzare, abbassare lo s. 4 # panorama, veduta: di qui possiamo godere di un bello s. 5 ) interessamento, disposizione benevola nei confronti di qcn.

Esprimere emozioni, sensazioni, giudizi, pensieri con la mimica facciale è una cosa "ovvia" nell'Europa mediterranea, in Russia e in alcune aree degli Stati Uniti; ma in Europa settentrionale ci si attende che queste espressioni siano abbastanza controllate, mentre in Oriente esse sono poco gradite, tanto che si educano i bambini fin da piccoli ad una certa imperscrutabilità, alla riservatezza riguardo i propri sentimenti. In alcune culture, come quella turca, tale controllo è richiesto soprattutto alle donne, che devono essere impassibili. L'Italiano spesso esprime le proprie impressioni e sensazioni più con il viso che con le parole, attraverso una mimica facciale molto articolata. Frequentemente, infatti, facendo il resoconto del dialogo avuto con una persona ci troviamo a dire: "E poi ha fatto una faccia, come a dire…". Per noi è quindi del tutto usuale lasciar trasparire in questo modo il nostro pensiero, convinti che ciò sia indice di sincerità. Non funziona sempre così presso gli altri popoli, come ad esempio i Giapponesi, la cui rigida maschera facciale è una vera e propria necessità sociale. Difficile per loro quindi non solo interpretare i nostri segnali ma anche capirne la necessità, visto che esistono le parole per comunicare meglio e in maniera meno suscettibile di fraintendimenti la stessa cosa. Il contatto oculare si presta allo stesso tipo di fraintendimento: per quasi tutte le culture il fissare la persona che sta parlando è segno di attenzione e interesse per quello che sta dicendo; gli orientali, invece, esprimono la propria concentrazione abbassando gli occhi o addirittura chiudendoli, in una sorta di meditazione. Durante la conversazione, ciascuno dei partecipanti guarda in modo intermittente l'altro, per periodi che vanno da 1 a lO secondi e per il 25 - 75% del tempo; alquanto più brevi sono gli eventuali periodi di sguardo reciproco, ossia di contatto tra sguardi. Si è trovato che, nell'ascoltare, noi inviamo un numero di sguardi che è il doppio di quello che usiamo nel parlare. Lo sguardo svolge un ruolo importante nel comunicare atteggiamenti interpersonali e nell'instaurare relazioni. L'atto di rivolgere lo sguardo invia un segnale all'altro: questo segnale informa che esiste un certo grado di interesse per lui, e che questo interesse è della specie indicata dall'espressione facciale concomitante. Il guardare è strettamente collegato con la comunicazione verbale. In primo luogo, esso è usato per ottenere informazioni: un feedback relativo alle risposte del partner quando si parla, e informazioni ulteriori circa quel che viene detto quando si ascolta. Inoltre, dei mutamenti di sguardo vengono usati per regolare la sincronizzazione del parlato. Lo sguardo è usato come segnale nell'avviare incontri, nel salutare, alla stregua di rinforzo, e per indicare che si è capita una data idea.

Espressione del volto

Il volto è un'area di comunicazione specializzata, che nei primati non-umani viene usata per comunicare atteggiamenti ed emozioni interindividuali (esistono degli innumerevoli studi in proposito). Negli uomini, l'espressione facciale di emozioni pare essere culturalmente universale, e largamente indipendente da qualunque apprendimento.

Ma l'espressione di atteggiamenti o emozioni negative è soggetta a notevoli restrizioni, sicché spesso le espressioni spontanee restano nascoste. Comunque alcuni aspetti delle espressioni emozionali sono di controllo molto difficile: la dilatazione delle pupille nel corso dell'eccitazione, la traspirazione in stati d'ansia, e il «micromovimento» in rapporto con sentimenti nascosti. L'espressione facciale si adopera anche in stretta combinazione col linguaggio. Un ascoltatore costituisce un continuo commento delle reazioni che ha verso quel che gli viene detto, coi piccoli movimenti delle sopracciglia e delle labbra, che indicano perplessità, sorpresa, disaccordo, soddisfazione, ecc. Un parlante accompagna le sue emissioni con espressioni facciali adeguate, che sono adoperate per modificare o « inquadrare» quel che dice, mostrando se vi si attribuisce un valore scherzoso, serio, importante, ecc.

Cenni del capo

Consideriamo ora i segnali non-verbali più veloci. Un segnale semplice ed apparentemente secondario è il cenno del capo, che ha un ruolo molto importante nel parlare. Solitamente opera come rinforzo, in quanto, quando un certo comportamento di A è seguito da un gesto del capo di B, A tende ad aumentare la frequenza di quel suo comportamento. Il cenno del capo ha un ruolo decisivo anche nella distribuzione degli interventi, in quanto un gesto del capo autorizza l'altro a proseguire a parlare. Rapidi movimenti del capo indicano invece che colui che li produce vuoI parlare. Infine, i movimenti del capo, come altri movimenti fisici, sono coordinati tra due interattori, sicché , questi paiono svolgere una «danza gestuale ».

Aspetto e abbigliamento

aspetto /as'p-tto/ (aƒspetƒto) s.m. ' [av. 1306; dal lat. asp³ectu(m), acc. di aspectus, –us] 1 il modo in cui qcs. o qcn. appare alla vista: l'a. di quei luoghi ªe affascinante, un giovane di bell'a. | fig., l'a. della questione; esaminare un problema sotto tutti gli aspetti, sotto ogni a., da tutti i punti di vista 2 ( sguardo, vista: e la mia donna in lor tenea l'a. (Dante); a primo a., a prima vista.

 

Molti lati dell'aspetto personale sono sottoposti a controllo intenzionale (l'abbigliamento, i capelli e la pelle), mentre altri lati sono solo parzialmente controllabili come la condizione fisica e corporea: il primo aspetto ha indubbiamente una valenza di tipo culturale e varia in rapporto alla collocazione geografica. Nel controllo del proprio aspetto si impiegano grandi quantità di tempo, di denaro e di energie sin dai tempi più remoti: un classico esempio lo si può evincere dalle immagini degli antichi egizi. Ciò può essere considerato come una specie particolare, di comunicazione non verbale. La manipolazione del proprio aspetto pare rispondere principalmente all'obiettivo della auto-presentazione, cioè della trasmissione di messaggi concernenti se stessi. Così, noi inviamo messaggi relativi al nostro status sociale, alla nostra attività, o al gruppo sociale cui apparteniamo, col solo fatto di indossare un determinato abito: i direttori di banca non vestono come gli hippies. L'apparenza fornisce informazioni anche circa la personalità e lo stato d'animo: gli estroversi di indole euforica non portano abiti scuri con cravatta nera. Le ragazze usano tutti questi segnali, ma il loro interesse primario è probabilmente diverso: esse mirano a massimizzare la propria attrattiva come oggetti sessuali. L'aspetto è significativo solo entro un determinato contesto sociale in cui è comunemente avvertito il significato dei dettagli dell'abbigliamento, dell'acconciatura o del trucco. Nelle culture moderne queste mode mutano con estrema rapidità, sicché una delle dimensioni principali dell'aspetto diventa semplicemente quella di essere à la page.

Gesti

gesto /'dF-sto/ (geƒsto) s.m. ' [av. 1249; dal lat. g³estu(m), acc. di gestus, –us, der. di ger³ere "agire"] 1 movimento, spec. del capo, della mano o del braccio, che accompagna la parola o con cui si esprime un pensiero, un desiderio e sim.: un g. di rifiuto, di rabbia, un g. eloquente, comunicare, esprimersi a gesti 2 atteggiamento, posa: g. teatrale, melodrammatico 3 estens., azione, atto: g. disperato, g. disinteressato; un bel g., azione ammirevole, generosa e sim., compiuta spec. per ostentazione 4 ( spec. al pl., impresa valorosa, eroica: l'alto valore e' chiari gesti suoi / vi farªo udir (Ariosto)

Le mani possono comunicare molte cose; possiamo usare anche movimenti del capo, dei piedi e di altre parti del corpo, ma questi sono molto meno espressivi di quelli delle mani. Alcuni gesti indicano una generica eccitazione emotiva, che produce attività fisica diffusa, mentre altri paiono espressione di stati emotivi specifici (cosi lo stringere i pugni in segno di ira). I gesti sono anch'essi strettamente connessi al linguaggio, e vengono usati dal parlante per illustrare quel che dice, specialmente quando le sue capacità verbali vengono meno, o quando si descrivono oggetti di forma o di dimensioni particolari. I movimenti delle mani (e del capo [cfr capitolo riguardante lo SGUARDO]) possono essere strettamente coordinati col parlato, a indicare la struttura interna delle emissioni linguistiche, e controllarne la sincronizzazione. I gesti possono perfino sostituire il parlato, come nei linguaggi gestuali.

Desmond Morris, distingue principalmente in gesti primari, nelle sue sei categorie e gesti accidentali suggerendo una semplice regola: un modo semplice per distinguere tra gesti primari e gesti accidentali consiste nel chiedersi: lo farei se fossi completamente solo? Se la risposta è no, allora si tratta di un gesto primario. Noi non agitiamo la mano, non strizziamo l'occhio e non indichiamo qualcosa col dito se non c'è qualcuno con noi.

 

Gesti accidentali

Azioni meccaniche con messaggi secondari

Molte delle nostre azioni sono fondamentalmente non-sociali, ma da tali atti «personali» le persone che ci circondano, imparano moltissimo su di noi non solo che se ci grattiamo dobbiamo avere prurito o se corriamo dobbiamo essere in ritardo, ma anche, dal modo in cui effettuiamo tali azioni, che tipo di personalità è la nostra e di che umore siamo in quel momento. A volte l'informazione cosi involontariamente trasmessa è tale che avremmo preferito nasconderla, se ci fossimo soffermati a riflettervi sopra. Occasionalmente, quando ci rendiamo conto dei segnali d'umore e di personalità che stiamo inviando, possiamo tentare di controllarli. Per esempio, se uno studente appoggia la testa sulle mani ascoltando una lezione che lo annoia, la sua azione opera sia meccanicamente sia gestualmente. Molti dei nostri gesti accidentali forniscono informazioni d'umore d'un tipo di cui né noi né i nostri compagni ci rendiamo conto a livello cosciente. È come se ci fosse un sistema di comunicazioni sommerso, operante appena sotto la superficie dei nostri incontri sociali. Noi effettuiamo un atto e questo atto viene osservato, il suo significato compreso, ma non a livello conscio. Dove i legami sono chiari noi possiamo, naturalmente, manipolare la situazione e usare i gesti accidentali in maniera forzata. Tale controllo dei gesti accidentali è uno dei processi che ogni bambino deve apprendere via via che cresce e impara ad adattarsi alle regole di condotta della società in cui vive.

Gesti espressivi

Azioni biologiche comuni all'uomo e ad alcuni animali

I gesti primari si dividono in sei categorie principali. Cinque sono peculiari all'uomo, dipendendo dal suo cervello complesso, altamente sviluppato. Di tale categoria fanno parte quelle espressioni facciali, cosi importanti nell'interazione umana quotidiana. Morris preferisce il termine «gesticolazione», in quanto distinto da «gesto», come un'azione manuale che il soggetto effettua inconsciamente durante un'interazione sociale allo scopo di enfatizzare un punto del suo discorso. Questi gesti naturali sono in genere spontanei e dati per scontati. È il mondo dei sorrisi e delle sbuffate sprezzanti, delle scrollate di spalle e dei bronci, delle risate e dei sussulti, dell'arrossire e dell'impallidire, dello scuotere e dondolare il capo, dell'annuire e spalancare gli occhi, dell'aggrottare le sopracciglia e del torcere le labbra in ogni sorta di smorfie. Sono gesti che quasi tutti fanno in ogni angolo del mondo. Possono differire da luogo a luogo nei dettagli o nei contesti in cui vengono effettuati, ma fondamentalmente sono comuni all'intero genere umano. Come specie «gesticolante», non abbiamo l'eguale nel mondo animale. Sorrisi, bronci, smorfie, ammiccamenti e cosi via sono oggi, a tutti gli effetti pratici, semplicemente gesti il cui unico scopo è la comunicazione.  Benché si ritrovino in ogni parte del mondo, i gesti espressivi sono soggetti a considerevoli influenze culturali. Queste «regole locali dell'espressività», cambiando da luogo a luogo, danno spesso la falsa impressione che i gesti espressivi siano invenzioni locali, invece che modelli di comportamento modificati, ma universali.

Gesti mimici

Azioni che trasmettono segnali per imitazione

I gesti mimici sono di quattro tipi.

  1. In primo luogo, abbiamo la «mimica sociale», cioè il «fare la faccia adatta all'occasione». Mentiamo con gesti simulati per compiacere gli altri. Indulgendo alla mimica sociale inganniamo soltanto gli altri, mentre con l'impersonificazione del ruolo inganniamo anche noi stessi.

  2. C'è poi la «mimica teatrale»: il mondo degli attori e delle attrici che simulano qualunque cosa per il nostro divertimento. Sostanzialmente essa comprende due tecniche distinte. Una è il calcolato tentativo di imitare azioni specificamente osservate. L'altra tecnica consiste invece nel concentrarsi sul carattere del personaggio immaginato, tentando di «diventare» lui e facendo affidamento su questa impersonificazione per produrre poi inconsciamente il giusto tipo di azioni fisiche.

  3. Nella «mimica parziale» il soggetto tenta di imitare qualcosa ch'egli non è e che non potrebbe mai essere, come un uccello o la pioggia. Di solito soltanto le mani sono impegnate nell'azione, tentando di simulare l'oggetto col maggior realismo possibile. Gesti mimici di questo tipo largamente usati sono quelli che trasformano la mano in una «pistola», in un animale o nella zampa di un animale, oppure si servono delle mani per delineare i contorni esterni di qualcosa.

  4. Il quarto tipo di gesti mimici si potrebbe definire «mimica del vuoto», perché l'azione ha luogo in assenza dell'oggetto cui ci si riferisce. Cosi, se sono affamato, posso mimare l'atto di portarmi il cibo alla bocca, oppure, se sono assetato, stringere in mano un bicchiere inesistente, sollevarlo e fingere di bere.

 

L'aspetto importante della mimica parziale e della mimica del vuoto è che, come le prime due, tendono al realismo ed hanno generalmente un carattere universale.

Gesti schematici

Imitazioni abbreviate o ridotte

Così, come nella lingua italiana (ma vi sono anche esempi nelle altre lingue), la parola poco può essere abbreviata con po’, i «gesti schematici» sono varianti abbreviate o sintetizzate dei gesti mimici: tentano cioè di rappresentare qualcosa scegliendo soltanto uno dei suoi aspetti più evidenti. I gesti schematici rappresentano una sorta di stenografia di una tradizione locale con una portata geografica limitata. Esistono però alcuni oggetti che hanno un elemento particolare cosi caratteristico da essere facilmente riconoscibili anche coi gesti schematici. Ogni cultura ha dunque la sua propria variante, ma, ad esempio, essendo le corna una caratteristica cosi distintiva dei bovini, i gesti schematici che li rappresentano sono quasi universalmente comprensibili, malgrado le piccole differenze locali.

Gesti simbolici

Gesti che rappresentano idee e stati d'animo


Un «gesto simbolico» indica una qualità astratta che non ha equivalente nel mondo degli oggetti e dei movimenti. Qui ci allontaniamo di un altro passo dall'evidenza dei gesti mimici.

L’esempio che propone Morris per indicare la stupidità di un individuo, è quella di girare la punta dell'indice contro la tempia, per significare che il tizio è «svitato »,oppure tracciare piccoli cerchi a breve distanza dalla stessa, segnalando che gli gira il cervello. Ma le varianti possibili sono molteplici e si “complicano” ulteriormente quando si tratta di segnalare questo tipo di messaggio a persone di culture diverse come nell' Arabia Saudita dove la stupidità può essere invece indicata toccandosi con la punta dell'indice la palpebra inferiore. Dunque, quando si tratta di gesti simbolici, ci troviamo di fronte a due problemi di fondo: uno stesso significato può essere segnalato da azioni diverse, oppure una stessa azione può avere più significati, secondo il contesto culturale. L'unica soluzione sta nell'accostarsi ad ogni cultura con mente aperta, imparandone i gesti simbolici allo stesso modo in cui ne impareremmo il vocabolario. Come parte di questo processo, potrebbe essere d'aiuto scoprire il legame tra l'azione e il significato, ma non sempre questo è possibile. In certi casi, semplicemente non si sa come il gesto simbolico abbia avuto origine. La sua natura simbolica è chiara, perché ora rappresenta una qualità astratta, ma il modo in cui si è stabilito inizialmente il legame tra azione e significato, la sua «spiegazione», è andato perduto nella lunga storia del gesto.

Gesti tecnici

Gesti usati da minoranze specializzate

I «gesti tecnici» sono quelli inventati da una minoranza di specialisti per un uso strettamente limitato alla loro particolare attività. Essi sono privi di significato per chiunque non faccia parte di quella minoranza e operano in un campo cosi ristretto, che non si possono considerare come aventi un ruolo definito nella comunicazione visuale di nessuna cultura. I subacquei (come il sottoscritto), per esempio, non possono parlare tra loro e hanno bisogno di segnali semplici per affrontare situazioni potenzialmente pericolose. In particolare sono loro necessari gesti. che indichino «pericolo», «freddo», «crampo» e «fatica». Altri messaggi, come si, no, buono, cattivo, su e giù si possono comprendere abbastanza bene anche con i segni di tutti i giorni e non richiedono gesti tecnici. Ma come potreste segnalare a un compagno che avete un crampo? La risposta è: aprendo e chiudendo ritmicamente una mano; un gesto semplice, che tuttavia potrebbe salvare una vita. Stringendo la mano a pugno invece si indica che si hanno solamente 50 bar di aria e che l’immersione volge alla fine.

Gesti codificati

Linguaggi dei segni, basati su un sistema formale

Diversamente da tutti gli altri, i « gesti codificati» fanno parte di un sistema formale di segnali. Fra essi esiste un'interrelazione complessa e sistematica, di modo che costituiscono un linguaggio vero e proprio. La caratteristica., peculiare di questa categoria è che le singole unità hanno valore soltanto in rapporto alle altre. I gesti tecnici possono essere sistematicamente prefissati, ma, nel loro caso, ogni segnale può funzionare del tutto indipendentemente dagli altri. Nei gesti codificati, invece, tutte le unità si collegano tra loro in base a principi rigidamente formulati, come le lettere e le parole in un linguaggio verbale.

L'esempio più importante è l'alfabeto dei sordomuti, di cui esiste la versione a una e a due mani.

Odore

odore /o'dore/ (oƒdoƒre) s.m. ' [sec. XIII nell'accez. 3; lat. odîore(m)] 1 [1313–19] sensazione olfattiva provocata da una sostanza; l'effluvio emanato da una determinata sostanza o, anche, che le ªe proprio, caratteristico: sentire un o., un buon o., un o. nauseante, che buon o. di arrosto! | ass., eufem., per indicare un sentore sgradevole: che o.!, non si respira!

L’odorato, è uno dei cinque «sensi specifici» e rende possibile, per mezzo di chemiorecettori, le percezioni di sostanze chimiche volatili e di gas presenti nell'aria. L’odorato è funzionalmente connesso al senso del gusto, come dimostrato dalla comune osservazione che quando un raffreddore congestiona le cavità nasali, compromettendo la funzione olfattiva, i cibi hanno pressoché tutti lo stesso sapore. Dal punto di vista psicofisico l'olfatto riveste, soprattutto per gli animali, molta importanza nella ricerca del cibo e nel richiamo sessuale, essendo l'olfatto un sistema rilevatore di sostanze chimiche che hanno un valore comunicativo tra individui. Nell'uomo la composizione delle secrezioni di dette sostanze varia da soggetto a soggetto e, nella stessa persona, a seconda degli stati emotivi. In soggetti molto disturbati si riscontra un'innalzata sensibilità agli odori corporei, come pure un caratteristico odore penetrante e sgradevole in alcune forme di schizofrenia. I bambini si dimostrano più tolleranti degli adulti nei confronti degli odori sgradevoli. Agli odori è inoltre connessa tutta una serie di associazioni di idee, sensazioni e ricordi legati a particolari esperienze.

Postura

postura /pos'tura/ (poƒstuƒra) s.f. $+ fisiol. [av. 1313; dal lat. positîura(m), v. anche porre] 1 # posizione di un luogo, di una cittªa, di un edificio, ecc. | modo di attestare o di schierare le truppe 2 $+ fisiol., posizione abituale del corpo umano o animale determinata dall'attivitªa dei gruppi muscolari 3 ) congiura, accordo segreto.

In una data cultura sono possibili molti modi diversi di star in piedi, seduti o distesi. In qualche misura, la postura ha un significato universale, al pari dell'espressione del viso, ma ha anche un significato culturalmente definito. Esistono delle convenzioni circa la postura da adottare in particolari situazioni, quali la chiesa, i pranzi, ecc. La postura è adoperata per significare atteggiamenti interpersonali: in corrispondenza di atteggiamenti di amicizia o ostilità, di superiorità e di inferiorità, vengono adottate posture distinte, le quali sono interpretate in conseguenza.  Così, la postura può essere un segnale di status: chi si accinge ad assumere una carica importante siede eretto (ed in posizione centrale, di fronte agli altri). La postura varia con lo stato emotivo, particolarmente lungo l'asse teso-rilassato. Questo fatto è importante in quanto la postura è sottoposta ad un controllo minore che non il volto o la voce, e ci possono essere casi di «trapelamento», come ad esempio quando l'ansia non tocca il volto ma si può facilmente vedere dalla positura.

Prossemica

prossemica /pros's-mika/ (prosƒseƒmiƒca) s.f. + semiol. [1968, M. Bonfantini, trad. it. di E.T. Hall "La dimensione nascosta"; der. del lat. proximus "vicino" con il segmento –emica di fonemica, grafemica, cfr. ingl. proxemics, 1963] parte della semiologia che studia il significato che assumono per la comunicazione umana e animale i gesti e i rapporti spaziali delle distanze poste tra e i propri simili o gli oggetti.

 

L’etologia ci insegna che tutti gli animali vivono in una sorta di bolla virtuale che rappresenta la loro intimità e che ha il raggio della distanza di sicurezza, cioè quella che consente di difendersi da un attacco o di iniziare una fuga. The Naked Ape, cioè l’uomo, così come viene descritto da Desmond Morris in La scimmia nuda, indica che questa distanza è di circa 60 cm come una specie di bolla, cioè la distanza del braccio teso.  La "bolla" è un dato di natura, mentre la sua dimensione e il suo valore di intimità sono dati di cultura e quindi variano: l'infrazione alle regole "prossemiche", cioè alla grammatica che regola la distanza interpersonale, può generare una escalation, cioè far interpretare come aggressivi e invasivi, quindi degni di una reazione adeguata, dei movimenti di avvicinamento che non hanno questo significato nella cultura di chi li ha compiuti. Le parole della Ginzsburg esprimono ciò che gli studiosi del comportamento sanno perfettamente: lo spazio, almeno dal punto di vista culturale, psicologico e sociale, non è un semplice ”dato”, misurabile sempre con gli stessi criteri. Al contrario, lo spazio si forma e si modifica attraverso le relazioni tra le persone. Si può facilmente determinare la misura in cui le persone stanno o siedono vicine, ma una notevole massa di lavoro sperimentale ha prodotto risultati piuttosto magri. Si è scoperto che si sta un po' più vicini alle persone che amiamo ed a quelle con gli occhi chiusi. Ma le differenze di prossimità sono molto piccole (questione di 5 o 7 cm in media). Molto maggiori sono le variazioni da cultura a cultura: i latinoamericani e gli arabi stanno molto vicini, mentre svedesi, scozzesi ed inglesi si tengono assai più discosti. Ci sono anche sostanziali differenze individuali, ma non pare che esse siano correlate con altri aspetti della personalità, salvo la tendenza, tipica di persone disadattate, a tenersi a distanza. D'altro lato, quando si è in presenza di un certo numero di persone, si riscontra che la prossimità rispecchia e probabilmente comunica i rapporti esistenti tra loro. I mutamenti di prossimità comunicano il desiderio di dare inizio o fine ad un incontro: se A intende iniziare un incontro con B, gli si avvicinerà, anche se questo movimento deve essere accompagnato dalla conversazione e dallo sguardo adeguati.

Sintesi dell’argomento

"Non si può non comunicare".

Tramite il primo assioma della "Pragmatica della comunicazione", P. Watslawick e i suoi collaboratori evidenziano come ogni comportamento umano comunichi qualcosa, infatti, non essendo possibile non avere un comportamento in presenza di un'altra persona, è anche impossibile non comunicare. Non occorre quindi l'intenzione di comunicare, non importa che la comunicazione sia volontaria o meno, che i partecipanti se ne rendano conto o no: qualsiasi agire comune è comunicazione, perché l'intera vita dalla nascita alla morte è ininterrotto comunicare.

La stessa presenza fisica del corpo basta.

Bisogna distinguere necessariamente tra comportamento, come segnale da osservare e da interpretare, e comunicazione, che comporta un sistema di segnali generalmente socialmente condivisi. Spesso tendiamo a pensare che la comunicazione umana possa avvenire esclusivamente tramite un linguaggio verbale, trascurando o analizzando solo superficialmente il linguaggio non-verbale. Quello verbale, però, non funziona adeguatamente per tutti gli scopi comunicativi o comunque, spesso, non descrive completamente ciò che vogliamo esprimere, e può anche essere ingannevole: se si prova a descrivere una forma non sempre si riescono a trovare le parole adatte e quindi, più facilmente, la si definisce con gesticolazioni delle mani o con un disegno. In modo inconsapevole ognuno di noi potrebbe essere definito un grande esperto della comunicazione non verbale. Il linguaggio non verbale può assumere forme diversissime che hanno, però, degli aspetti comuni a confronto col linguaggio della parola:

  • È usato per accompagnare il linguaggio verbale, sostenendolo, completandolo o contraddicendolo.

  • Ad esempio: accade spesso che per dare indicazioni quali “giri a destra!” si utilizzi, oltre le parole, il relativo movimento con il braccio; La nostra abitudine a gesticolare è presente perfino nel caso di chi parla al telefono che, pur non essendo visto, non può fare a meno di accentuare i propri concetti con i movimenti. È adatto ad esprimere sentimenti e sensazioni.

  • È più spontaneo ed immediato; talvolta, addirittura, sfugge al nostro controllo.

La comunicazione è una forma di "condivisione" che si può realizzare con differenti modalità, di cui il linguaggio è forse la più importante, anche se non l'unica. Negli esseri umani la competenza comunicativa precede di molto la competenza linguistica: un neonato, ad esempio, comunica con il mondo esterno molto prima di emettere la sua prima parola. Ai gesti dei bambini in età prelinguistica corrispondono differenti e precise finalità: manifestare stati d'animo, controllare il comportamento altrui, rappresentare azioni e attributi di oggetti e persone.

Rappresentazioni ed aspettative

Espressione della superiorità umana, la parola sembra assorbire ogni possibilità espressiva, mentre il corpo viene sempre più ad essere il grande sconosciuto.  Ma il corpo si esprime e dà informazioni. In qualsiasi relazione lo scambio e la comprensione dipendono, al di là e ancora prima della parola, da elementi corporei come la direzione dello sguardo, la distanza, la postura, il tono della voce, la gestualità, il silenzio ed anche l’odore. Il corpo mette in scena la presenza, persuade, intimorisce, avvicina, allontana: per mezzo del corpo l’inconscio parla direttamente.  La comunicazione risulta disturbata quando la componente verbale e quella non verbale emettono segnali opposti: chi sta di fronte a noi percepisce questa ambiguità. Per chi come me, lavora in un ambito dove l’handicap si esprime soprattutto in un circuito comunicativo deficitario e/o ambivalente, non consono alla prassi socialmente comune, l’analisi attenta dell’aspetto non-verbale è basilare. I disabili non sempre hanno l’uso della parola e le loro espressioni verbali sono spesso fonemi incomprensibili frammisti tra urla e vocalizzazioni, che non sempre risultano “decodificate” in modo comune dalle persone che se ne prendono a carico. L’aspetto non verbale, mediato dalla corporeità, rappresenta un terreno che invece, come se fosse qualcosa di inscritto nel genoma della socialità, mette sostanzialmente tutti d’accordo e non pone diatribe durante le discussioni di équipe. Se comunicare è orientare l’altro rispetto al modo di interpretare la realtà, la comunicazione non verbale, è un processo ancora più legante di messa in comune che crea una realtà nuova: la relazione comunicativa, ponte che stabilisce legami e apre vie di conoscenza reciproca. La comunicazione è quindi lo strumento principale delle professioni educative e sociali, cioè di tutte quelle professioni che lavorano con e per la relazione interpersonale. Gli interventi di sostegno ed educazione passano attraverso i nodi comunicativi, esplorandone le possibilità e subendone le sconfitte. Per tutti noi è vitale essere dentro ad una rete di comunicazioni che riescano a farci esprimere, assumere il ruolo di ascoltatori attenti, di mediatori di significati, di soggetti realmente coinvolti e considerati. Ogni progettazione educativa deve avere alla base un atto comunicativo reale, che dimostri attenzione e ascolto reciproco, pena il rischio di scollarsi radicalmente con il percorso di vita del soggetto per cui era stato pensato.

Conclusioni

Noi osserviamo i volti delle persone, i movimenti, la fisionomia, il cambiamento di espressione. Questo è un buon metodo per capire e percepire gli stati d'animo degli altri. Abbiamo dunque una vasta accumulazione di conoscenza all'interno del nostro gruppo etnico, della nostra famiglia, della nostra società sulla maniera in cui le persone tendono a comportarsi, sulle loro abitudini. Sappiamo delle persone più di quanto crediamo di sapere e questo emerge nella ‘finction’, nella narrativa, dove c'è un grande accumulo di conoscenza. Io non credo che la nostra conoscenza degli altri sia in generale qualcosa che riguardi solamente la scienza, o l'osservazione scientifica in modo specifico, perché le cose più basilari sono di tipo corporeo, il sesso, le relazioni fra madre e figli, la relazione fra gli amanti, fra mogli e mariti, dove l'approccio corporeo è il ‘medium’. Gli occhi delle persone si muovono, gli arti si muovono, e il movimento ha sempre una direzione e una certa espressione. Non dobbiamo allora pensare che le menti siano oggetti disgiunti dal corpo, e che ne dovrebbero anzi essere separate. Se non fosse per la presenza e per l'interazione corporea – in alcuni casi, come nel sesso, un'interazione fisica in senso letterale, in altri lo scambio di gesti, di movimenti – non sapremmo quello che invece sappiamo sugli altri.

Dunque l’operatore sociale per svolgere sufficientemente bene il proprio mandato, deve sapersi “servire” della doxa1 congiuntamente con l’ermeneutica2, deve sapersi avvicinare ed allontanare, muoversi nella dimensione della familiarità e della differenza.

 

Bibliografia

  • Bernasconi W., D. Valenzano, Il potere della comunicazione, Edizione gli archi, Torino (1987)

  • Morris E., L’uomo e i suoi gesti, Mondadori, Milano (1977)

  • Watzlawick P. ed altri, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma (1971).

  • D’Urso V., R. Trentin, Introduzione alla psicologia delle emozioni, pagg, 71, 126, Edizioni Laterza, Roma (1998)

  • De Mauro T., Grande Dizionario dell’Uso, UTET, Torino, 1998

  • Galimberti U., Dizionario di Psicologia , UTET, Torino, 1992

 

1 Conoscenza basata sull'opinione soggettiva circa le cose, contrapposta alla episteme come conoscenza oggettiva, scientifica.

2 Teoria dell’interpretazione

 
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