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Scritto da C. Marazzi   

Flessibilità e sicurezza

di Christian Marazzi[1]

I nuovi rischi: una sfida e un’occasione per il futuro della medicina del lavoro - Attualmente con "flessibilità" si definiscono quei cambiamenti, in termini di tipo di rapporto di lavoro, che sempre più caratterizzano la società postfordista. Nel mondo occidentale, dal lavoro salariato, tipico della società fordista, siamo passati ad una forma di lavoro cosiddetto "atipico", non tanto per il genere, ma per il rapporto contrattuale che esso prevede. Tipi di lavoro flessibile sono considerati quello part-time, a tempo determinato, interinale, il contratto di formazione lavoro, la collaborazione coordinata e continuativa (CoCoCo), il telelavoro, ecc. In Italia una stima ritenuta prudenziale evidenzia un numero di lavoratori atipici superiore a 3 milioni, pari a una quota del 23% degli occupati nell’industria e nei servizi privati.

Tra il 1996 ed il 2000 tra i dipendenti le posizioni standard sono cresciute dell’1% mentre quelle atipiche sono cresciute del 40,5%. I dati indicano una forte flessibilizzazione del mercato del lavoro (ISTAT 2001). La tendenza a ridurre i costi del lavoro, considerati eccessivi, fa sì che si ricorra sempre più massicciamente a forme di contratti che permettono dal lavoro di esternalizzare i costi attraverso lo strumento dell’outsorcing. I posti di lavoro diventano, quindi, a breve termine, e la forza lavoro diviene rapidamente rinnovabile. Negli Stati Uniti alcuni recenti studi dimostrano come l’assenza di norme regolatrici nei rapporti di lavoro e di sistemi efficaci di rappresentanza dei lavoratori, ha portato ad un aumento del numero dei posti di lavoro ma a prezzo di un elevato costo sociale ed un aumento dei livelli di povertà. La flessibilità e la deregulation nel mercato del lavoro sono all’origine di un forte deterioramento della qualità della forza lavoro (Marazzi, 1994). Tanto più i rapporti di lavoro sono "deregolamentati e flessibilizzati" tanto più rapidamente la società del lavoro si trasforma in società del rischio (Beck, trad. it. 2000). I cambiamenti che si stanno verificando in nome della flessibilità, per rispondere alle differenti richieste del mercato, stanno avendo perciò importanti ripercussioni sulla vita di individui, organizzazioni ed istituzioni. Negli ultimi anni è stato osservato aumento, anche nel mondo occidentale, della precarietà, della discontinuità, dell’informalità, della confusione, ma anche le differenziazioni a livello di ceto, razza, sesso. In altri termini l’insicurezza a livello lavorativo, sociale, individuale. La flessibilità pur offrendo senz’altro opportunità nuove e stimolanti, consentendo ad alcuni individui, dotati di più strumenti, maggiore libertà di progettare e costruire identità professionali e percorsi nuovi, tuttavia nello stesso tempo espone la maggior parte degli uomini, più debole, solo agli aspetti negativi, in termini di sfruttamento, con pesanti ripercussioni sulla salute. Si pongono quindi diversi problemi. In primo luogo quello della identificazione e riconoscimento di nuovi rischi; in secondo luogo quello della prevenzione. Come tutelare dai rischi i lavoratori precari? Come implementare il D.Lgs. 626/94 in contesti in cui prevalgono turn-over, mobilità, varietà di qualifiche e percorsi formativi? Come rendere sicuro il lavoro flessibile? Come aumentare la percezione del rischio da parte di lavoratori che hanno rapporti con l’organizzazione fugaci, poco identificabili, spesso con appartenenze a contesti diversi ma nessuna forte e strutturata? ("perché devo usare i DPI tanto qui ci lavoro solo 15 giorni poi me ne vado…"oppure come tutelo gli addetti alle pulizie di un locale adibito alla preparazione di antiblastici?). Il D.Lgs. 626/94 seppure in larga parte difficilmente applicabile alle nuove forme di lavoro, richiama tuttavia il ruolo primario della formazione e informazione nella gestione dei rischi. È necessario per questo che la medicina del lavoro sviluppi la ricerca per approfondire le conoscenze sulla flessibilità, sulle sue ripercussioni sulla vita degli individui, delle organizzazioni e delle istituzioni, in particolare in relazione alla individuazione dei nuovi rischi ad essa collegati. Rischi intesi non solo nel senso tradizionale del termine ma anche in quello della ridefinizione di identità professionali e di diritti fondamentali persi o mai acquisiti. Sono tematiche inedite che dividono i sindacati, che li allontanano dai lavoratori, che mettono in difficoltà le organizzazioni e chi le dirige perché vanno costruiti altri quadri di riferimento per comprendere queste realtà nuove, diverse nei vari contesti locali. Solo dopo aver effettuato questa ricognizione, sia pure parziale, sarà possibile progettare interventi mirati. Si tratta infatti di promuovere nuove competenze, necessarie per sopravvivere e produrre in un orizzonte lavorativo così incerto e complesso, promettente, ma anche minaccioso. Si tratta forse di cercare e perseguire, attraverso sperimentazioni, una "flessibilità sostenibile", cioè nuove connessioni tra flessibilità e standard, tra linee-guida e procedure, tra osservazione delle regole e capacità di essere autonomi e creativi.

 

Bibliografia

1) Beck U. Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro. Einaudi, 1999.

2) Beck U. La società del rischio. Trad. it. Carocci, 2000.

3) Marazzi C. Il posto dei calzini. Ed. Casagrande, Bellinzona, 1994.

4) ISTAT - Rapporto annuale 2001. Fonte: G. Cangiano (2), R. Paleani (1), B. Papaleo (1), S. Signorini (1) (1) Dipartimento di Medicina del Lavoro, ISPESL, Monteporzio Catone Roma (2) Psicologo Clinico

 



[1]Dottore in scienze economiche, ha lavorato al dipartimento opere sociali del Cantone Ticino (Svizzera), e dal 1997 lavora alla SUPSI al Dipartimento lavoro sociale come docente e responsabile della ricerca. Ha insegnato in diverse università tra le quali Ginevra e New York, è autore di numerose pubblicazioni in campo socio-economico e politico

 

 
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