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La morte di Elisabet Kubler Ross PDF Stampa E-mail
Scritto da Educaweb   

L'eredità di Elisabeth Kubler Ross

14 settembre 2004

  Elisabeth Kubler Ross è morta il 24 agosto scorso, dopo un lungo periodo di malattia invalidante. Psichiatra, docente di medicina comportamentale e psichiatria, il suo nome per chiunque si occupi di morte o malati gravi è legato al primo libro: "La morte ed il morire" ("On Death and Dying", 1969). Forse, il libro più citato in ogni pubblicazione successiva sui pazienti terminali. Nel '69 appunto strappa la morte dalla realtà biologica, antropologica, storica, filosofica: ne definisce una fase "il morire" e quindi un percorso di avvicinamento del vivo che morirà, e in questo percorso cinque stadi di reazione al lutto di se stessi che inizia dopo una diagnosi a prognosi letale, o dopo la consapevolezza di questa.

Gli stadi sono: il diniego, la rabbia, la negoziazione, la depressione, l'accettazione. In queste reazioni possiamo rileggere alcuni meccanismi di difesa (negazione, aggressività, regressione, impotenza) non nuovi, ma la proposta nuova della Kubler Ross è invece leggerli come fasi reattive di adattamento che sono modificabili, progressive anche se non lineari, e su cui quindi agire. Per questo, dalla speculazione esistenziale sull'ineluttabile, il morire diventa uno spazio di intervento possibile per sostenere in modo non solo sanitario il morente. Controcorrente, in una epoca in cui i messaggi sociali tendono all'onnipotenza salutistica ed estetica, la Kubler Ross sfida a responsabilizzarsi verso chi morirà in modo che l'obiettivo non sia solo combattere il dolore fisico ma soprattutto affrontare la sofferenza psichica: riconoscere nel soggetto singolo il tipo di sofferenza e accompagnarlo verso livelli più adattati. Lo psichiatra, lo psicologo, molti medici e infermieri che seguono malati gravi hanno un nuovo lavoro: non combattere per la durata a tutti i costi della sopravvivenza ma valutare la capacità del morente di lasciarsi andare verso un ineluttabile.  Il primo e i successivi libri (anche sulla morte dei bambini e sull'AIDS) sono tradotti oltre che in italiano in moltissime lingue. Né il movimento per le cure palliative né l'apertura in Europa e in Italia degli hospice può prescindere dal suo messaggio iniziale. Personaggio di forte carisma personale, viene invitata al Congresso mondiale di cure palliative di Milano. Per chi non c'era può essere rivelatorio un fatto: per tutta la mattina si era parlato di piaghe, morfine, soffocamento, epidemiologia e presidi possibili per le peggiori esperienze immaginabili.  Lei esordì con il racconto della propria gemella morta e della sua visita a vari campi di concentramento in cui aveva riscontrato la costanza dei disegni di bambini: farfalle, voli, metamorfosi. Anche quando il suo discorso si fece più tecnico, qualcosa sul piano emozionale era già scattato per tutti: fu necessario continuare a cambiare le traduttrici poiché la simultanea era ritmata da singhiozzi. Durante una conferenza stampa commemorativa, il figlio Kenneth Ross ha dichiarato: "per lei la morte non era da temere: era come prendere una laurea, superare un passaggio a uno stato più alto di consapevolezza". Certo, ci ha segnalato un percorso di lavoro. Forse, oggi, alcuni dei fili che lei ha tessuto per poter "fare" con il morente e con la morte si sono differenziati. E comunque, in un confronto su questi, lei sarà un interlocutore lontano.

Nadia Crotti
Istituto nazionale tumori di Genova

 

FONTE: http://www.partecipasalute.it/2004/news008.php

 
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