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Precarietà della vita e povertà transitorie PDF Stampa E-mail
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di Remo Siza [sociologo] (sunto a cura di Fabio Peloso)

 Le relazioni sono sempre meno stabili e questo elemento tende a divenire componente ineludibile della nostra quotidianità. Per alcuni, queste condizioni, moltiplicano le opportunità di autoaffermazione, dove sussistono gli spazi per migliorare il proprio status sociale.

Per una quota molto più estesa, invece, l’instabilità delle relazioni sociali, l’incertezza sul proprio futuro, raggiungono livelli intollerabili rappresentando un pericolo incombente. Questi dati sono rilevanti soprattutto su chi è inserito nei segmenti più bassi del mercato del lavoro e dispone di limitate abilità.

In una società dinamica chi è passivo si trova nei guai, afferma Sennet (1999).

Destini personali

I percorsi di vita dei singoli acquistano autonomia rispetto alle condizioni ed ai legami da cui provengono ed il destino collettivo diventa in primo luogo destino personale. E’ un destino fatalmente più vulnerabile dove non tutti sono capaci di individualizzare e di costruire un progetto per se stessi.

L’esistenza privata individualizzata si consegna ad una nuova dipendenza che evolve verso un sistema rischioso di sottoccupazione flessibile. La tanta auspicata individualizzazione, una sorta di baluardo della diversità ed unicità dell’individuo, si scontra con la disoccupazione di massa e con la crescita della precarietà. Si vengono così a creare situazioni totalmente dipendenti dal mercato del lavoro, ricongiungendosi alla precarietà delle relazioni familiari, delle reti parentali.

Il sommarsi di più precarietà, sta alla base di forme di povertà transitorie.

Il sistema di welfare tende a porre la sua attenzione sulle modalità di intervento nel mercato del lavoro, piuttosto che ad un’estensione dei sistemi di tutela o sulle azioni che ricostruiscano la solidarietà tra le persone ed il sostegno reciproco.

Non solo esclusione sociale

Sul finire degli anni Ottanta al termine povertà si sostituiva quelle di esclusione sociale spostando l’attenzione dalle responsabilità del singolo alle dinamiche sociali e sembrava un fenomeno irreversibile e strutturale.

Ora alla disoccupazione di massa si sostituiscono estesi inserimenti lavorativi precari che prevedono frequenti fuoriuscite, creando  l’esigenza di sistemi di re-inclusione sociale di diversa natura.

I due percorsi, quello della precarietà e quello dell’esclusione tendono a non intersecarsi; infatti tra le famiglie che soffrono in un determinato momento di condizioni di povertà, troviamo gruppi sociali molto diversi.

Alla povertà a lungo termine se ne affianca una a breve termine come esperienza di vita.

Si identificano cosi la povertà stabile che esprime il processo di esclusione sociale, e  la povertà occasionale, espressione invece di un modo più generale di vivere in presenza di una precarietà diffusa.

La “scoperta” di nuove forme di povertà deriva solamente dall’ampliarsi del modo di vedere il problema in una riflessione a più largo raggio sulla precarietà delle relazioni sociali.

Vi sono quindi forme di povertà non coinvolte in processi di esclusione sociale, ma nella precarietà del lavoro, gruppi sociali che non vivono ai margini della società ma che partecipano alla vita sociale seppure persista una costante insicurezza sulle condizioni di vita dove l’aspetto lavorativo li espone inevitabilmente a variazioni di reddito repentine.

Non si tratta di una rottura dei legami sociali prodotti dai processi di esclusione, piuttosto è la precarizzazione determina le dinamiche.

La durata della povertà

La durata della povertà evidenzia uno stato di deprivazione economica molto differente. La focalizzazione sul singolo porta a non vere la globalità e la mobilità del problema.

Metodologie di ricerca dinamiche, hanno evidenziato che spesso la povertà non è un processo stabile e ci si può aspettare che la maggioranza delle persone entrate in questa condizione, lo saranno solo per un breve periodo, ma una significativa minoranza rimarrà per un periodo più lungo (il 46% lascerà la povertà entro un anno mentre il 12% rimarrà povero per un massimo di 5 anni).

La mobilità economica favorisce il rientro in queste categorie in modo molto rapido

Esistono tre tipologie di povertà:

  • la povertà persistente: almeno 3 anni con famigli monoparentali, monogenitoriali, anziani, famiglie con capofamiglia senza occupazione, ecc.
  • la  povertà ricorrente  propria di famiglie che hanno periodi ripetuti di povertà separati da almeno un anno di non povertà
  • la povertà temporanea per un periodo di povertà consecutivo al massimo di due anni.

La dipendenza critica dal mercato del lavoro

Si ritiene erroneamente che la caduta nella povertà sia legata esclusivamente alla relazione assunta rispetto al sistema lavorativo dove in realtà sussistono elementi multifattoriali che coinvolgono tutto l’insieme: il sistema pubblico di protezione sociale, la famiglia di appartenenza e di origine che non svolgono la funzione di riequilibrio.

Le famiglie con particolari tipologie, rappresentano i gruppi sociali maggiormente esposti:

  • monogenitoriali con minori
  • persone che vivono sole
  • famiglie a basso reddito con ammalati cronici che vivono assieme
  • famiglie monoreddito con lavoro non stabile

Alcuni eventi critici rappresentano l’elemento scatenante per l’insorgere di dinamiche di povertà:

  • mercato del lavoro che coinvolge le persone che lavorano nel nucleo familiare (aumento o diminuzione sia del salario che delle persone che lavorano)
  • reddito non da lavoro riferito alla sua variazione (pensionamento come esempio tipico9
  • carattere demografico come il matrimonio o il divorzio
  • salute con particolare riferimento alla salute mentale

 

La situazione in Italia

I dati non sono così affidabili rispetto alla ricerca effettuata in quanto realizzata per altri fini.

Ricerche recenti hanno evidenziato che nel 1994, 60 persone si trovavano nella stessa condizione del precedente, 53 a distanza di due anni e 51 a distanza di tre anni.

Più recentemente un’analisi CEE ha indicato che circa 8 – 9 % dei non poveri l’anno precedente era entrato nella fascia di povertà.

In generale i dati rilevano una realtà profondamente diversa tra le varie città con un legame correlabile alle ristrettezze del mercato del lavoro.

Il welfare come transizione

Le famiglie entrano ed escono dalla povertà e solo una piccola parte vi rimane malgrado gli interventi del welfare.

Questo rappresenta una risorsa, un appiglio per superare le condizioni di difficoltà.

La teoria dell’underclass dove si ipotizzava che il welfare creasse dipendenza e passivizzi gli individui, è stata sgretolata da varie ricerche.

Si pensa ora ad un welfare to work, che non si limita ad erogare prestazioni ma ad aumentare ad accrescere le capacità del singolo.

Il welfare  non deve essere eliminato ma semplicemente riconfigurato per creare un sostegno alla persone creando così una situazione di attivazione al cambiamento e miglioramento della propria situazione.

 
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