Una riflessione alla luce delle nuove figure professionali
La realtà del lavoro sociale nel Canton Ticino, è sostanzialmente diversa da quella italiana, soprattutto a livello organizzativo, per molti ritenuta parcellizzata, con l’accezione negativa del termine. Le figure professionali che vi gravitano hanno ruoli e compiti ben definiti con poche aree grigie di sovrapposizione operativa. Per chi come me, ha nella propria “cassetta degli attrezzi” professionale un doppio ripiano, quello sanitario e quello educativo, la riflessione è doverosa. Con questo articolo vorrei parlare delle realtà sociosanitarie ticinesi e di come il modello interiorizzato, necessita una ri-discussione alla luce delle nuove realtà formative e delle nuove necessità operative.
Lo scenario professionale, ed implicitamente quello formativo, si è trasformato, soprattutto in quegli ambiti dove il livello di assistenza e cura hanno subito degli incrementi esponenziali: le strutture lungodegenti per gravi disabili fisico-mentali. Il quotidiano dell’utenza di questi istituti è, per buona parte della giornata, soprattutto nella fascia mattutina, dedicata alle cure ed alle terapie, dove molte volte, il personale non avrebbe le competenze per la loro messa in atto. Per alcuni istituti, la creazione di reparti specifici per la cura, ha sopperito questo deficit formativo, permettendo l’assunzione di personale sanitario con una specifica classificazione salariale, equivalente agli omologhi degli ospedali. Si è trattato di un palliativo in quanto, questa soluzione, non considerava, valutando solamente l’hic et nunc di quel momento, che l’invecchiamento della popolazione residente, avrebbe comportato ad un aumento della situazione sanitaria anche in quei luoghi dove si voleva mantenere ancora il concetto di foyer. Le parole hanno un significato e quindi, quando si parla di foyer, ci si riferisce al concetto di focolare e di quella modalità organizzativa che gravita attorno al binomio fuoco-famiglia. Ora questo non è più possibile ed i focolari si sono trasformati in reparti, il cui etimo implica una necessità ri-strutturale, in questo caso centrata più sulla cura piuttosto che sull'esclusiva presa a carico pedagogico-educativa. Questo è avvenuto a mio avviso, senza la necessaria metabolizzazione del cambiamento da parte del personale, che ha portato a grandi squilibri, crisi identitarie e fatica fisica. Se da un lato il Contratto Collettivo di Lavoro (CCL), prevede l'inserimento di nuove figure professionali, denominate Operatori Socio Assistenziali (OSA), i cui compiti, in teoria sarebbero definiti dal percorso formativo, centrato su elementi operativi, dall'altro appare nebulosa la definizione differenziale dei compiti di chi ha funzioni educative rispetto a quelle assistenziali. In parole povere tutti fanno tutto e, facendo il verso a chi, mal interpretando la richiesta di chiarimenti dei compiti, durante una riunione di un'èquipe, asseriva che: “ ... qui, tutti contano uno!”, come se il lavoro di un OSA o di un educatore avesse un valore uguale (ma il costo in realtà decisamente diverso!). Credo che questo tipo di risposta, comune in molte realtà istituzionali ticinesi, rappresenti un futile escamotage per volere procrastinare la necessità della creazione di quaderni dei compiti (cahier des charges) che definiscano e differenzino, in un'ottica collaborativa, le competenze di tutte le figure che gravitano nelle suddette strutture. L'amministrazione del Cantone Ticino, ente erogante per la quasi totalità delle strutture ticinesi sociali, ha definito attraverso la Divisione dell'Azione Sociale, un catalogo delle prestazioni, con il relativo albero che sottintende quali sono, a loro volta le competenze delle varie figure professionali. Malgrado ogni Istituto Sociale sia dotato di un sistema di qualità (reso obbligatorio dall'UFAS) che ha catalogato una serie di regole e normative tra cui il quaderno dei compiti, questi non definiscono ruoli e compiti delle varie figure professionali in modo preciso. Sussiste una chiara incongruenza strutturale tra il CCL, il catalogo delle prestazioni ed i quaderni dei compiti e questo non facilita un funzionamento del sistema che, per definizione, è complesso. Credo fermamente che i vari enti formatori (SUPSI e SCOS ad esempio) possano avere un ruolo attivo contribuendo a chiarire questi che non sono dubbi amletici, ma solamente pericolose scelte gestionali che non contribuiscono a creare identità professionali chiare ma solamente a frammentarle e renderle in competizione tra loro. Le tanto decantate equipes multidisciplinari (OSA, infermieri, educatori, animatori, ecc.), considerando un invecchiamento della popolazione, che usufruisce dei servizi offerti dagli istituti sociali, stanno diventando reali. La vera sfida dei prossimi anni, è appunto quella di far lavorare e pensare tra loro professionisti il cui scopo è quello di creare una relazione d'aiuto efficace, non un semplice compito ben eseguito, ma un ambito dove invece lo stile e le modalità d'intervento avranno un ruolo primario. |