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Gesti e comunicazione non verbale
Scritto da Fabio P.
Introduzione
L'individuo possiede una competenza fondamentale presente nel suo stesso esistere: la capacità di comunicare. Per uno sviluppo delle relazioni umane la comunicazione è indispensabile e determinante: è, infatti, il veicolo principale delle idee dei sentimenti. Secondo la definizione classica la comunicazione è lo scambio di un messaggio/informazione tra un emittente e un ricevente, il cui esito è influenzato dall'utilizzo di un codice, di un canale e di mezzi adeguati di trasmissione. C'è una proprietà del comportamento che difficilmente potrebbe essere più fondamentale e proprio perché è troppo ovvia spesso viene trascurata: il comportamento non ha un suo opposto. Non esiste un qualcosa che sia un non-comportamento, non è possibile quindi non avere un comportamento. Ora, se si accetta che l'intero comportamento in una situazione di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare. I gesti, le parole o il silenzio hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri a loro volta non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal modo comunicano anche loro.
Ogni comportamento è comunicazione. (Watzlawick La Pragmatica della comunicazione umana)
L'individuo per comunicare utilizza due diverse forme di linguaggio: quello verbale e quello non verbale.
Questo breve lavoro vuole affrontare il secondo aspetto: il gesto e la comunicazione non verbale.
Avere dimestichezza con i messaggi del corpo è fondamentalmente utile a chiunque, dal momento che si tratta di una forma che ci consente di migliorare il nostro rapporto con gli altri e la conoscenza di noi stessi.
Verso la fine di febbraio dell’anno trascorso, compariva sul Foglio Ufficiale dello Stato del Cantone Ticino un concorso, della durata di un mese, relativo alla ricerca del nuovo direttore del CARL (Centro Abitativo Ricreativo e di Lavoro). Una pagina chiara ed esaustiva dove venivano indicati i compiti ed i requisiti per accedere a questa funzione. Ovviamente mi riconobbi nelle caratteristiche richieste e vi partecipai. Passano i mesi ed ecco, finalmente la lettera per la convocazione al colloquio. Personalmente le speranze di vincere il concorso erano molte ma le possibilità concrete poche, per una serie di motivi che in questa sede non ha senso esplicitare.
Elisabeth Kubler Ross è morta il 24 agosto scorso, dopo un lungo periodo di malattia invalidante. Psichiatra, docente di medicina comportamentale e psichiatria, il suo nome per chiunque si occupi di morte o malati gravi è legato al primo libro: "La morte ed il morire" ("On Death and Dying", 1969). Forse, il libro più citato in ogni pubblicazione successiva sui pazienti terminali. Nel '69 appunto strappa la morte dalla realtà biologica, antropologica, storica, filosofica: ne definisce una fase "il morire" e quindi un percorso di avvicinamento del vivo che morirà, e in questo percorso cinque stadi di reazione al lutto di se stessi che inizia dopo una diagnosi a prognosi letale, o dopo la consapevolezza di questa.
I miei dubbi sulla religione incominciarono molto presto, quando da piccolo, nelle lezioni di catechismo, sentii parlare del limbo, un luogo per i bambini morti prima di ricevere il battesimo. Costoro non andavano all'inferno perché non avevano avuto la possibilità di peccare, e neppure in paradiso perché non erano stati rigenerati dal battesimo che toglie quel peccato che Adamo ed Eva avevano commesso per tutta l'umanità, una colpa impersonale che vieta la visione beatifica di Dio. Per i bambini, colpevoli d'esser nati solo per morire, non era previsto neanche il purgatorio dove la pena del peccato si riduce se le preghiere dei vivi sono sufficientemente numerose e fervide. Per loro c'è il limbo, un luogo che alla mia immaginazione non riusciva mai a essere troppo preciso, e che comunque aveva il pregio di evitare a chi vi accedeva le atrocità dell'inferno e la monotonia del paradiso.
Una decina d'anni dopo, leggendo il IV canto della Divina commedia, appresi che, oltre ai bambini morti senza battesimo, abitano il limbo il nostro progenitore Adamo, i patriarchi, i profeti e i re dell'Antico Testamento, quindi Noè, Mosè, Abramo, Davide, Giacobbe, Isacco, che però furono liberati e portati in cielo da Cristo che fece la sua comparsa nel limbo "con segno di vittoria incoronato". Vi rimasero invece, non redenti, i poeti greci e latini, quindi Omero, Ovidio, Orazio, Lucano, i filosofi: Socrate, Platone, Aristotele, Democrito, e gli eroi: Ettore, Enea, Cesare, Camilla, Elettra. Non mi sembrava una cattiva compagnia, anzi forse il limbo era preferibile al paradiso, dove altro non restava che volteggiare con gli angeli nella luce accecante di Dio. Ma un giorno la teologia cattolica smise di parlare del limbo, anzi lo abolì. Lo seppi da un libraio cattolico agli inizi degli anni Ottanta quando mi recai da lui per comprare un Dizionario di teologia biblica e un Dizionario teologico interdisciplinare, dove alla parola "Libertà" seguiva la parola "Liturgia", e del "Limbo" neppure il nome. Col tono di un impiegato di banca che a un acquirente inesperto dice che ormai è da molto tempo che un certo valore borsistico non è più quotato, mi annunciò che il limbo era una "nozione non più in uso", perché la teologia si era "ammodernata al passo con i tempi". Oggi, un autore che ammiro molto, J.B. Pontalis, che insieme a J. Laplanche ha compilato quella bellissima Enciclopedia della psicoanalisi che l'editore Laterza ha tradotto in italiano, ha scritto un libro dal titolo Il limbo (Raffaello Cortina, pagg. 140, lire 20.000) da lui definito: "Un piccolo inferno più dolce" dove, nella geografia del soprannaturale, a cui si dedicavano i medioevali che ancora non disponevano di mappe esatte per la geografia di questa terra, si descrive un mondo intermedio, uno stato d'animo, una condizione psichica.
Una riflessione alla luce delle nuove figure professionali
La realtà del lavoro sociale nel Canton Ticino, è sostanzialmente diversa da quella italiana, soprattutto a livello organizzativo, per molti ritenuta parcellizzata, con l’accezione negativa del termine. Le figure professionali che vi gravitano hanno ruoli e compiti ben definiti con poche aree grigie di sovrapposizione operativa. Per chi come me, ha nella propria “cassetta degli attrezzi” professionale un doppio ripiano, quello sanitario e quello educativo, la riflessione è doverosa. Con questo articolo vorrei parlare delle realtà sociosanitarie ticinesi e di come il modello interiorizzato, necessita una ri-discussione alla luce delle nuove realtà formative e delle nuove necessità operative.