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Il ruolo del Responsabile Pratico negli Istituti Sociali ticinesi PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio P.   

Il periodo storico che stiamo attraversando può, essere considerato, nella sua accezione negativa, straordinario. Flussi migratori, crisi industriali, crack finanziari e la globalizzazione hanno inciso in modo ineluttabile nella vita quotidiana. Il lavoro sociale di conseguenza, è diventato sempre più complesso ed oneroso, a causa di questi elementi multifattoriali, e l’ottimizzazione delle risorse, la riduzione dei costi sono un refrain oramai consueti con i quali fare i conti.

Malgrado ciò per poter intervenire in modo efficace è cruciale conoscere, e questo lo si può ottenere unicamente entrando in contatto con chi è portatore di queste difficoltà. Bisogna quindi sfidare i problemi con un approccio multidimensionale dove aspetti economici, filosofici, antropologici, sanitari, culturali e psicologici si intersecano, definendo situazioni complesse in uno sforzo conoscitivo.

E' necessario dunque avere una comprensione della sofferenza per poterla trasporre su di un modello teorico -non rigido- al quale fare riferimento per poter intervenire in modo concreto.

Questa riformulazione del lavoro sociale è in atto già da tempo, non solo nella realtà locale ed i modelli formativi universitari si stanno consolidando e la sostituzione delle licenze con bachelor e master nell'ambito del modello di Bologna, basato sulle competenze, conferiscono una nuova struttura alla formazione terziaria e ai diplomi universitari, permettendo confronti sul piano internazionale, ai quali anche la Svizzera non può sottrarsi.
Finalmente il modello tricotomico del Sapere, Saper essere e Saper fare, si sta trasformando da elemento di scissione, dove l'elemento del Saper essere aveva un taglio quasi vocazionale a guisa religiosa, in un modello di integrazioni tra le parti.
Risulta quindi d'importanza fondamentale che la scuola ed i luoghi di stage, possano colloquiare costruttivamente per permettere alla persona in formazione di acquisire la padronanza richiesta per le varie competenze necessarie alla professione.
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Materialismo storico ed educazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Loto Valentino Montina   

La radicalità educativa come pratica della (necessaria) sovversione dell'esistente.

Inviato da Loto Valentino Montina  (e-mai autore:   Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo )

Il metodo materialistico applicato ai processi educativi, ovvero la radicalità educativa, si sviluppa collegando i “vertici del triangolo educativo” costituiti dagli approcci storico–complesso–attivo.

Storico, nel senso che colloca gli individui nella loro realtà come risultato delle relazioni sociali e produttive passate, ma in una dinamica storica aperta, nella quale il futuro è quello che gli uomini saranno in grado di costruire. L’impostazione storica si sintetizza nell'assunto centrale di Insegnare la transitorietà.

Complesso, nel senso che ai fini della comprensione della realtà è indispensabile considerare le relazioni tra le parti, tra il tutto e le parti e tra le parti e il tutto. Complesso anche nel senso che non è più possibile declamare verità assolute senza verificarle alla luce dell’astrazione determinata. L’errore e l’illusione inevitabilmente insiti in ogni visione vanno combattuti, con questo mezzo. La crisi del positivismo e della spiegazione semplice ci proiettano in un mondo dove la verità va costantemente verificata nella realtà concreta. Per questo è indispensabile un punto di vista radicale. Un punto di vista che si sforzi continuamente di individuare la radice strutturale dei problemi, sociali ed individuali, al fine di comprenderla e produrre strategie utili al suo superamento.

Attivo, nel senso che verifica le proprie ipotesi nella pratica, che considera il pensare stesso come un evento pratico, che non accetta idee che non abbiano ricadute verificabili nella pratica. Teoria e prassi non sono due momenti o due fasi distinte, ma semplicemente due aspetti del medesimo processo: la trasformazione della realtà. Attivo anche perché riscopre nel lavoro la caratterizzazione prima dell’Uomo, nella liberazione del lavoro il perno fondamentale della sua liberazione.

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Peer education PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Croce   

Peer education

di Mauro Croce

 
Una definizione generale di “Peer education”

La peer education può essere definita in generale come una strategia educativa, volta ad attivare un processo naturale di passaggio di conoscenze e di esperienze da parte di alcuni membri di un gruppo ad altri di pari status.

Si tratta pertanto di un intervento che mette in moto un processo di comunicazione globale, caratterizzato da un’esperienza profonda ed intensa e da un forte atteggiamento di ricerca di autenticità e di sintonia tra i soggetti coinvolti.

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Per un'animazione dei processi creativi e vitali PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mustacchi   
Una ragazza, una bambina, oggi mi ha detto che
secondo lei nessuno può mai sapere niente degli altri.
Sapere. Ma cosa significa sapere...
L’acqua bolle, Vieni, beviamone ancora una tazza.
Sapere è uscire dalla tua stessa pelle. Almeno provarci. Qualche volta.
Amoz Oz, Non dire notte

Per un’animazione dei processi creativi e vitali [1]

Claudio Mustacchi
 
Nel suo romanzo “Non dire notte” il grande scrittore israeliano Amoz Oz esplora il sentimento umano del compromesso[2]. La narrazione ci conduce nella relazione amorosa fra due personaggi, Theo e Noa, e nei loro tentativi di trovare un equilibrio sentimentale e esistenziale rispettoso della diversità dell’altro. Un equilibrio fragile, sempre in bilico tra l’agire e il non agire. Noa è un’insegnante appassionata, che si lascia coinvolgere nel progetto di fondare una comunità di recupero per tossicodipendenti, in una tranquilla cittadina di provincia intimorita dall’idea. La passione di Noa difetta però di capacità pragmatiche. Theo, urbanista di successo, interviene in aiuto del gruppo animato dalla sua compagna, ma finirà con il soffocare l’entusiasmo di Noa e pure il proprio, dato che senza di lei il progetto non ha per lui alcun significato; entrambi finiranno con lo scoprire il profondo affetto che li lega.
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La progettazione educativa PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Peloso   

La programmazione è il momento in cui vengono approntati momenti a “valenza educativa” volti a produrre cambiamenti significativi negli utenti con / sui quali si opera secondo lo schema:

  • costruzione del profilo funzionale
  • identificazione dei bisogni
  • definizione degli obiettivi
  • scelta dei contenuti
  • individuazione dei metodi
  • fissazione dei criteri di valutazione e dei risultati
  • ridefinizione degli obiettivi.

 

 

Profilo Funzionale

il profilo funzionale determina, attraverso l’analisi della situazione dell’utente di identificare:

  • capacità
  • limiti
  • possibilità

Attraverso un’osservazione su diverse aree e relative sotto aree (che ogni gruppo di lavoro può definire o l’istituzione stessa), mettendo in luce le caratteristiche dell’utente in termini di operatività mentale

  • modalità di apprendimento
  • autonomie personali
  • autonomie sociali
  • grado d’identità personale e sociale
  • interessi, attitudini e motivazioni
  • integrazione dell’io

Individualizzazione dei bisogni dell’ utente

Sono pre-identificati a livello della politica dell’istituto (i sistemici lo definirebbero sistema di premesse), definiti nelle finalità generali dell’Istituto. L’educatore ha il compito di reinterpretare i documenti ufficiali alla luce della situazione in cui opera.

L’educatore procede quindi alla:

  • identificazione di cosa è necessario a far sì che siano soddisfatti i bisogni.
  • procede alla ricerca delle condizioni migliori
  • previsione delle esperienze da far vivere
  • Il bisogno va sempre contestualizzato. Esistono sempre bisogni non percepiti o che non sono chiari.

ll compito dell’educatore è anche quello di:

  • anticipare le aspettative latenti
  • precisarle con i potenziali fruitori
  • re-orientare i bisogni
  • creare nuovi bisogni
  • attivare risposte.

Obiettivi Generali od OBIETTIVI EDUCATIVI

Gli obiettivi si configurano come intenti dell’educatore definiti in ragione dei cambiamenti che ci si prefigge di veder realizzati dall’utente dopo che egli sia stato esposto ad una esperienza volta a stimolare le sue diverse intelligenze. L’obbiettivo è quindi un indicatore di cambiamento perché ci segnala quanto e in che cosa l’utente ha imparato a fare. (risponde alla domanda “perché lo faccio”?)

Un obiettivo è costituito dalla enunciazione, la più chiara possibile di un cambiamento atteso.

Aree:

  • intellettiva/cognitiva
  • comportamentale
  • relazionale
  • motoria

Gli obiettivi formulati devono rispondere a requisiti e criteri di:

  • Priorità: rispetto ad altri perseguibili (criterio logico)
  • Efficacia: rispetto al problema che si intende affrontare. (Criterio metabletico)
  • Congruenza: rispetto alla sua effettiva perseguibilità entro le condizioni date: tempi, spazi, risorse... (criterio funzionale)
  • Osservabilità: rispetto alla realizzazione attesa che dovrà mostrarsi percepibile e descrivibile (criterio di visibilità)
  • Trasferibilità: rispetto a ciò che l’utente deve mostrare saper fare in situazioni tenute sotto controllo dall’educatore (criterio di replicazione)
  • Misurabilità: i risultati attesi possono essere quantificati grazie all’uso di prove oggettive (criterio di quantificazione).

Se l’intervento a valenza educativa può essere definito come un processo inteso a produrre cambiamenti in ordine all’essere, al saper essere, al saper fare ovvero ai modi di pensare, sentire e agire, occorre avere la capacità di passare dagli obbiettivi generali agli obbiettivi operativi, individuando e precisando ogni volta le modalità più consone.

Possono essere collocati in una tipologia di capacità da raggiungersi in tempi brevi o lunghi.

Gli obbiettivi mirano alla crescita (o al mantenimento) dell’utente considerato nella sua globalità, esigono necessariamente di tempi lunghi, sono linee guida (non schemi rigidi!), orientamenti di fondo, principi di azioni, sono sfumati il loro raggiungimento è spesso parziale.

Gli obbiettivi possono essere predeterminati in ragione dei contenuti o informazioni da apprendere o interiorizzare. Tali tipologie, dette anche tassonomie, raggruppano di solito prestazioni di carattere:

  • cognitivo
  • affettivo/relazionale
  • psicomotorio

Obiettivi specifici od OPERATIVI

Gli obbiettivi specifici mirano alla conoscenza, ad abilità e ad atteggiamenti da raggiungere, possono essere collegati con tempi brevi di lavoro riguardando un periodo di esperienze più ristretto. Hanno un carattere più preciso: indicano con precisione le performance attese e sono immediatamente verificabili e misurabili.

I contenuti

I contenuti sono le discipline, le informazioni, le attività, le esperienze attraverso cui il soggetto mette alla prova se stesso attraverso performance mentali, pratiche, motorie, comportamentali, relazionali.

Risponde alla domanda “cosa fare?”

I contenuti sono caratterizzati da:

  • funzionalità: perché portano a dei cambiamenti
  • adeguatezza : all’utente e agli obbiettivi
  • interesse che sanno suscitare nell’utente.

Nell’organizzarli occorre prevedere:

  • quale attività è più consona all’obbiettivo
  • quali spazi necessitano
  • quali strumenti o materiali occorrono
  • i tempi necessari
  • le condizioni e i criteri che contraddistinguono l’esperienza.

In questa fase è importante identificare quali sono le aree che saranno principalmente sollecitate dalle esperienze proposte:

  • area cognitiva
  • area relazionale
  • area affettiva
  • area psicomotoria
  • area dell’autonomia personale
  • area dell’autonomia sociale

E’ possibile in questa fase una analisi dell’attività attraverso una operazionalizzazione o analisi del compito ovvero una suddivisione in sequenze dell’esperienza che si intende proporre, in modo da permettere una giuda all’esperienza stessa attraverso un percorso di comportamenti già predefiniti e la definizione di sotto-obbiettivi

I metodi

I metodi sono riferibili al come organizzare i contenuti al fine di promuovere negli ospiti coinvolti dei cambiamenti in ordine all’essere e al fare. Risponde alla domanda “come fare?”

E’ possibile fare riferimento a tre principali metodi per organizzare l’intervento a “valenza educativa”:

  • il metodo centrato sul singolo utente
  • il metodo centrato sul gruppo
  • il metodo centrato sul progetto

Il metodo centrato sull’utente.

L’utente viene messo al centro della relazione per favorire apprendimenti laddove si è in presenza di importanti difficoltà cognitive e relazionali; questo metodo è realizzato soprattutto nell’ambito delle autonomie personali e in ambito ergoterapico. Ha valenze terapeutiche. Richiede l’individuazione di obbiettivi circoscritti e minuziosi e piani di lavoro estremamente personalizzati.

La valutazione

E’ il momento in cui l’educatore o l’équipe di educatori verificano se l’intervento svolto, ha raggiunto gli obbiettivi prefissati ricercando i progressi, i comportamenti acquisiti, le modalità con cui si è giunti alle mete o all’opposto, ricerca gli insuccessi e le relative motivazioni. Risponde alla domanda “Cos’è successo?”

La valutazione permette in ogni momento di ricontestualizzare il progetto e correggere situazioni anomale.

Può essere fatta non solo alla fine del progetto ma anche nelle fasi intermedie

Gli strumenti della valutazione possono essere formali (test) o informali (osservazioni, intuizioni, interrogazioni).

Ogni valutazione porta alla ridefinizione del profilo funzionale dell’utente.

A volte il fallimento di taluni progetti é dovuto ad un’errata analisi dei pre-requisiti, dove le reali capacità di partenza dell’utente, sulle qual costruire il progetto, si sovrappongono e si sommano alle aspirazioni del progettista-educatore.

 
La qualità nel sociale - L'esperienza ticinese PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Peloso   

La qualità nel sociale

Una parola nuova denomina il cambiamento che negli ultimi decenni si é realizzato nel rapporto tra individuo e lavoro. Questa parola é postfordismo e designa un mutamento nella produzione industriale, che va in direzione contraria rispetto ai concetti di Henry Ford.

Oggi si é imposto un nuovo modello di organizzazione del lavoro a tutti i livelli, dall’industria produttiva alle organizzazioni no-profit. Centrale é divenuta la flessibilità produttiva, come adattamento al mercato, che si é dimostrata essenziale in un mondo che é divenuto più complesso, rapido ed in cui i consumi sono divenuti più diversificati e parcellizzati.

Si tratta quindi di un processo di integrazione produttiva senza precedenti, che ha modificato la geografia interna alle imprese e che avviene in connessione con una trasformazione dell’organizzazione del lavoro.

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