Dedico queste parole a Fabrizio Pellandini, socioterapeuta “storico” di Casvegno, ieri ospedale neuropsichiatrico cantonale, oggi clinica psichiatrica, che ci ha lasciato qualche settimana fa. Fabrizio è stato, se mi si permette il termine, un “combattente giocoso” sul palco del “Gran Teatro” della psichiatria del nostro Paese, dove si metteva in scena, nella quotidianità di cui lui era specialista, la drammaturgia della follia, di quella “sorella sfortunata della poesia” come la ebbe a definire il grande poeta romantico tedesco Clemens Brentano. Un combattente che ha partecipato sin dall’inizio al vento della riforma dell’assistenza dei malati dell’anima con uno sguardo e un gesto capace di coniugare concretezza con grandi ideali. Penso a lui come a qualcuno che non ha mai smarrito la passione di stare con i suoi pazienti nei pressi della follia, non per normalizzarla e correggerne i meri comportamenti, ma per “riabilitarla”, ridarle “senso” dentro la cittadinanza. Penso a lui, ma anche a coloro a cui ha lasciato il testimone di questa avventura, perigliosa per vecchie e nuove difficoltà, ma anche terribilmente luminosa, perché non smettano di esserne appassionati “combattenti”. La follia dimenticata e rinchiusa dentro le mura strette del manicomio di allora, contro cui si lottò, arrischia oggi nuove forme di dimenticanza, che ne oscurano il messaggio, che non parla solo della malattia, ma anche della povertà esistenziale della nostra stessa quotidianità. La follia prima di divenire classificazione è infatti, come molti pazienti mi hanno ricordato, sofferenza dell’esistenza ed è su quella soglia che bisogna accoglierla e comprenderla. Fabrizio, e con lui tutta una generazione di operatori psichiatrici di quella stagione, lo sapevano fare attraverso la semplicità profonda delle cose quotidiane. È stata, quella di Fabrizio, l’epoca della “mitica” SCIP, la Scuola per infermieri psichiatrici del Neuro, diretta allora da un infermiere illuminato come Silvano Dei Cas, oggi sostituita da percorsi formativi più accademici, ma non sempre in grado di ridare ai giovani curanti la passione e la razionalità sensibile e poietica necessaria per quell’avventura, che espone a un mistero, non certo riducibile a classificazioni sterili o al mondo dilagante della “formularistica” gestionale. La SCIP fu un laboratorio che a partire dai giovani allievi preparava il terreno della riforma che si andava collocando a metà strada tra la lezione della psicoterapia istituzionale francese e l’esperienza basagliana. Che cosa rimane ora di tutto ciò, costretti tra Scilla e Cariddi, delle nuove regole dell’economicismo, nuove sottili forme di controllo sociale, e delle presunte “verità” del neo-organicismo neuro-scientifico? È stato, quello di allora, anche il tempo del nascente Club 74, che portava da noi sotto la guida ispirata di Ettore Pellandini, il vento appassionato dell’esperienza della clinica francese di La Borde e da qualche parte anche gli ardori temerari dell’antipsichiatria inglese. Venti oramai sopiti, di cui si sente l’eco solo in qualche coraggiosa esperienza ancora in atto, ma per lo più consegnati ai libri della memoria. Una navigazione, quella, a cui Fabrizio ha partecipato da primo attore, e che oggi arrischia, come su di un pendio sdrucciolevole, di farci divenire più che curanti dei meri “funzionari della cura”. È come se avessimo imparato o ci avessero fatto imparare a correre il più velocemente possibile alle risposte, mentre la follia nelle sue varie manifestazioni psicopatologiche richiede soprattutto domande, anzi “pazienti domande”. Il rischio è la perdita del senso stesso che la sofferenza dell’anima contiene e che non può esser ridotta alla dis-regolazione di sostanze cerebrali (anche se queste giocano pure la loro parte) o al disagio sociale di questo nostro mondo fatto di crescente precarietà. Un senso che, parlando di solitudine, di anime inquiete, di dolori della mente, racconta dolorosamente della tragedia dell’esistere. Perché l’anima ferita e tormentata non appartiene solo al singolo uomo o alla società, ma anche al “mondo”, come ci ha insegnato la grande lezione di James Hillman, morto in questi giorni. L’anima ha bisogno di una respirazione che da curanti dobbiamo aiutar a ricostituire e a proteggere. La lezione che ci ha lasciato Fabrizio non sta allora solo nella qualità del suo lavoro, ma soprattutto nella passione che ha avuto e mostrato nei confronti dei suoi pazienti. Un dono non solo consegnato alla memoria, ma che deve rimanere vivente dentro il nostro operare quotidiano. Un “combattente giocoso e compassionevole”, questo fu Fabrizio, come dovrebbe essere chiunque prenda il fascinoso rischio di quell’avventura dentro le ombre e le luci accecanti della follia.
Graziano Martignoni
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Benvenuto in EducaWEB
Scritto da Fabio P.
Uno dei due è il WEB Master
Caro surfer, benvenuto nella Homepage di EducaWEB, un sito tra tanti, che vuole parlare del mondo sociosanitario ed educativo in modo serio ed impegnato, di chi crede, come me, in questo lavoro, sempre più complesso ed impegnativo.
EducaWEB.altervista.org nasce dall'esperienza maturata nel sito www.geocities.com/fabiopeloso (21mila visite sino a ottobre 2007 ed ora chiuso) ad impronta infermieristico / psichiatrica, nato con il desiderio di raccogliere gli appunti redatti durante la mia formazione come infermiere in psichiatria. Se mi vuoi contattare con SKYPE il mio nominativo è fabio.peloso.
Ora, a distanza di qualche anno, in seguito ad una formazione aggiuntiva come educatore sociale, ho pensato di mettere on-line pensieri, riflessioni ed appunti scolastici per creare un terreno di discussione ed approfondimento su tematiche molto ampie. Si tratta di un sito aperto a tutti coloro vorranno collaborare con pensieri, provocazioni e riflessioni su un mondo che non può rimanere ancora sommerso o confuso con termini vocazionali in uso nel XIX secolo.
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Partecipare è assolutamente gratuito, ma anche doveroso, infatti pochi sanno che ogni anno un blog o un sito internet producono una media di 3,6 Kg di CO2 e che un albero basterebbe per rendere questo impatto sul' ambiente assolutamente favorevole, infatti un solo albero può assorbire annualmente tra i 5 e i 10 Kg di anidride carbonica. Basta poco per aderire e per eliminare l' impronta ecologica del tuo blog. Doveconviene digitalizza tutti i volantini delle principali catene commerciali e li pubblica online per evitare lo spreco di carta ( Leclerc, Carrefour, Bricoman solo per citarne alcune) rendendoli così sempre disponibili, in qualunque luogo. Se siete curiosi di sapere quale supermercato è aperto domenica oppure se state per uscire e volete sapere se potete trovare aperto un determinato negozio di Se siete curiosi di sapere in quale catena dielettronica recarvi basta accedere al sito e fare una veloce ricerca. Inoltre Doveconviene.it ha realizzato un'applicazione per tablet e smartphone, rendendo accessibili tutte le informazioni utili anche quando non sei a casa, permettendo di sfogliare i volantini con un'esperienza d'uso senza precedenti. Doveconviene.it è amico dell'ambiente, aiuta a mantenere il pianeta più verde e scoraggia lo spreco di carta per fini pubblicitari. Per ulteriori dettagli sull'iniziativa e sulle zone sotto tutela visita:
L'evidenza clinica ci dimostra che, oltre alle vecchie dipendenze patologiche, oggi ne esistono di nuove: shopping compulsivo, gioco d'azzardo, dipendenza tecnologica, eccessivo esercizio fisico...
Ciò che rende difficile riconoscere le nuove dipendenze come tali è il fatto che siano associate ad attività socialmente accettabili, come navigare in Internet e spesso fondamentali per la crescita, come l'esercizio fisico. Mentre per le vecchie dipendenze, come la tossicodipendenza, i genitori e gli educatori si allarmavano non appena notavano qualche comportamento anomalo nei ragazzi, per le nuove dipendenze non accade la stessa cosa.
La partecipazione come condizione per progettare un cambiamento organizzativo
Scritto da Administrator
Il cambiamento non può essere imposto!
… o meglio: in una
moderna gestione del personale, il cambiamento non può essere
imposto.
Tanto meno in
un'organizzazione di un istituto sociale o socio-sanitario.
Generalmente, un
cambiamento dovrebbe racchiudere sempre un consenso e un accordo fra
tutti i soggetti o attori implicati, indipendentemente dalla loro
posizione gerarchica.
Si tratta
ricorrentemente di un accordo che va (andrebbe) poi rivisitato con
una certa regolarità perché il consenso non si raggiunge mai una
volta per sempre: quando si lavora in ambito sociosanitario le
situazioni possono subire dei mutamenti, spesso in negativo rispetto
al carico di lavoro, in quegli ambienti dove il turnover sia
dell'utenza che del personale è molto lento.
Obbiettivi, metodi di
lavoro, ruoli o funzioni non vanno contrattati solo nella fase
iniziale del cambiamento, ma vanno periodicamente verificati e
rinegoziati. Solo in questo modo è possibile produrre servizi di
qualità con le tempistiche adeguate e consone ai rapidi cambiamenti
che molte volte l'utenza ci impone. … ma quante volte vediamo nella
pratica quotidiana il realizzarsi di ciò?
L'idea di modificare abbastanza
radicalmente un servizio diventa un progetto realistico solo a
condizione che diventi idea condivisa fra i diversi attori coinvolti.
L'approccio partecipativo, si distingue
fondamentalmente da quello sinottico-razionale (cioè quello per
obiettivi) per l’importanza che pone invece sulla dimensione
processuale. Si considerano fondamentalmente i diversi punti di vista
delle varie persone coinvolte (utente, educatori, figure dei servizi,
famiglia, ecc.).
Questo permette di costruire un punto
di vista ulteriore che tenga conto di tutti i punti di vista.
Non bisogna vederlo in maniera riduttiva come un compromesso, ma
piuttosto come un valore aggiunto.